“Abuelas”

MARCO BECHIS Come si fa a scoprire se due ragazzi sono fratelli senza avere il sangue dei genitori?
RAGAZZA Ci sono vari tipi di analisi. Quelle che si fanno nel Durand utilizzano l’“indice di abuelidad”3, attraverso il quale è possibile scoprire se una persona è figlia di un’altra anche se non ci sono più i genitori. Analizzando il sangue di tutti i nonni, si ricostruisce l’albero genealogico di una famiglia, per poi risalire dal padre, al figlio, al nipote. Poi c’è la prova del Dna mitocondriale: si tratta di un segmento genetico che si eredita solo dalla madre, e che è totalmente identico nei figli. Gli uomini non possono trasmetterlo. Due fratelli hanno per forza lo stesso Dna mitocondriale.
M.B. Poniamo il caso che una ragazza cresciuta con sua nonna incontri un ragazzo che pensa sia suo fratello. Lui si fa l’esame, però non può costringere i suoi genitori adottivi a farlo perché non vogliono. È sufficiente per sapere se i due sono fratelli? Con che cosa si confronta l’esito delle analisi?
R. Si confronta con quello di tutti i componenti della presunta famiglia originaria.
M.B. Allora non basta analizzare il sangue della sorella?
R. Sono stati fatti diversi studi. Per il Dna mitocondriale è sufficiente che ci siano la sorella, la nonna, la zia o la cugina materna, basta che ci sia un familiare diretto da parte di madre. Però così si verifica solo la via materna. Per fare l’esame Hla o Dna nucleare, bisogna ricostruire il corredo genetico di tutta la famiglia, dunque non basta il solo fratello. Servono anche i nonni, gli zii, l’intera famiglia di origine.
M.B. Quanto ci vuole per stabilire il Dna mitocondriale?
R. Qui da noi è piuttosto lungo, mentre negli Stati Uniti è più veloce, perché la genetista Marie Claire King ha una copia della banca del sangue e può farlo in tre settimane.
M.B. Quindi è il più facile da fare?
R. Sì.
M.B. Nell’archivio della banca del sangue quante persone sono registrate?
R. Abbiamo analizzato più di 230 famiglie attraverso le denunce fatte da Abuelas. E adesso ci sono quaranta e più nuovi casi. Ultimamente si sono rivolti a noi anche per episodi di traffico di bambini che non hanno alcun legame con le vicende dei desaparecidos, per non parlare di quelli che sospettano di essere stati adottati, e magari vivono una condizione di disagio sociale, di violenza all’interno della propria famiglia. Anch’io mi sono rivolta ad Abuelas per scoprire la mia storia.
M.B. Dimmi un po’ del tuo caso: come è avvenuta la separazione dai tuoi genitori adottivi e il ricongiungimento con la tua vera nonna?
R. Quando mi hanno separata dalla mia famiglia avevo dieci anni, adesso ne compio ventitré. È stata un’esperienza difficile da superare.
M.B. Tu vivevi con una donna sola?
R. No, aveva un marito e una figlia. Poi da quando sono andata a vivere con mia nonna non li ho più visti. Per un certo periodo mi venivano a trovare ogni settimana. Poi, d’accordo con i giudici, ho interrotto le visite.
PRIMA NONNA Nel nostro lavoro ci siamo trovate di fronte a tre diverse tipologie di adozione. Ci sono quelli che sono stati adottati da persone in buonafede: di questi, quattordici sono rimasti a vivere con i genitori adottivi, per una decisione concorde delle due famiglie, quella adottiva e quella naturale. Le famiglie biologiche si sono messe d’accordo con le adottive e hanno formato un’unica grande famiglia. I ragazzi così continuano ad avere il cognome dell’adozione, ma conoscono le proprie origini. Poi c’è un gruppo di adozioni false, aldifuori della legge: in questi casi non abbiamo mai voluto che i ragazzi rimanessero a vivere con la famiglia adottiva. La terza situazione riguarda invece vere e proprie “apropiaciones”, cioè quei bambini che sono stati portati via alle loro famiglie e registrati con il cognome degli “apropiadores”: questo è un crimine. Oggi le cose sono molto diverse, perché le persone che cerchiamo non sono più bambini, ma uomini e donne ormai adulti. La situazione è cambiata e quello che pretendiamo è che i ragazzi recuperino la propria identità, anche se vogliono continuare a vivere con chi li ha adottati. La strategia è cambiata man mano che loro crescevano e noi invecchiavamo.
M.B. In che modo le adozioni venivano falsificate?
P.N. In Argentina le pratiche per adottare un bambino sono molto lente. Quindi alcune coppie cercavano una scappatoia. Ad esempio una ragazza era stata adottata in modo illecito, però poi i suoi genitori erano riusciti a legalizzare la sua posizione. Ma i nostri avvocati hanno ottenuto che quell’adozione venisse annullata.
M.B. Mi sembra di capire che i giudici puniscono l’apropiador e sanzionano chi ha falsificato i certificati, mentre riconoscono la buonafede... È così?
P.N. Non tutti procedono allo stesso modo. Quando avevamo appena cominciato la nostra battaglia, ci siamo imbattute in due magistrati nominati dalla dittatura, che ci ostacolarono in tutti i modi. Siccome non c’era nessun testo legislativo che indicasse come procedere per restituire alle loro famiglie naturali i bambini che mano a mano trovavamo, questi due giudici facevano resistenza appigliandosi a mille cavilli giuridici. Ma non tutti si comportavano così: i magistrati che non erano fascisti procedevano immediatamente alla restituzione dei ragazzi. Dipendeva dal tribunale al quale veniva affidata la causa.
Quello che è successo qui in Argentina, il sequestro di bambini per motivi politici, è un’infamia unica al mondo. È una crudeltà sottile, che supera quella dei nazisti. C’è un caso emblematico che riguarda due fratelli. Il loro apropiador era un poliziotto e godeva della protezione della magistratura. Fu avvertito in tempo che lo stavamo ricercando e riuscì a fuggire con i due ragazzi in Paraguay. Passò molto tempo prima che scoprissimo che erano finiti lì e fummo costrette ad aspettare la richiesta di estradizione del tribunale argentino. Quando tornarono fecero le analisi del Dna e finalmente sapemmo con certezza a quale famiglia appartenevano.
M.B. Come funzionano le pratiche per il riconoscimento?
SECONDA NONNA Noi, qui in Argentina, abbiamo la Banca Nazionale dei dati genetici, l’unica che accettiamo dal punto di vista scientifico e legale. In questa banca-dati è depositato il sangue della maggior parte di noi nonne, e di tutti gli altri parenti dei bambini scomparsi.
All’inizio usavamo un metodo che si chiamava Hla, che si basa sulla compatibilità del gruppo sanguigno Rh, e ci dava dei buoni risultati. Successivamente la stessa genetista che ci aveva fatto conoscere l’esame Hla, Marie Claire King, cominciò a utilizzare quelli del Dna nucleare e mitocondriale. Se il Dna mitocondriale non dà esiti certi si procede con quello nucleare, che è più lungo ma sicuro. Questo esame del mitocondrio non lo usiamo solo noi: la King da Seattle lo ha diffuso in tutto il mondo. Molte volte ho pensato che potesse servire anche ai figli della guerra in Jugoslavia, che sono stati portati fuori dal paese e temporaneamente affidati a famiglie adottive, e non sanno se i loro genitori sono vivi o morti.
M.B. Avete lavorato anche con le famiglie jugoslave?
P.N. Direttamente no, ma siamo state invitate a collaborare con altri paesi, come il Salvador e la Turchia, dove da diciotto anni scompaiono bambini turchi e kurdi. Lì da quattro anni esiste un gruppo che si chiama “Le donne del sabato”: sono sorelle, madri, spose, figlie. Abbiamo conosciuto tre di loro a Francoforte, e ci hanno invitato in Turchia perché spiegassimo il nostro modo di lavorare.

tratto da: Marco Bechis, Argentina 1976-2001 filmare la violenza sotterranea, Ubulibri, Milano 2001, pp. 209-212.
traduzione di Daniele Aluigi
collaborazione alla riduzione di Leonardo Mello