"Anamaria" ( estratto )

Provengo da una famiglia di rifugiati politici del Paraguay. Siamo tre sorelle, nate tutte e tre qui in Argentina, e nemmeno se l’avessimo voluto avremmo avuto l’opportunità di conoscere il Paraguay, perché i nostri genitori non potevano comunque tornarci. Mia madre stava in un direttivo politico, cambiava continuamente di posto. I miei sentivano molto il rimpianto per la propria terra, ed è per questo che la mia casa era molto aperta, venivano sempre tanti che erano stati detenuti in Paraguay. Loro li ricevevano in casa, e così anche noi assimilammo un atteggiamento di solidarietà con la gente perseguitata. Della mia famiglia fu sequestrato per primo mio cognato, nel ’76: mia sorella era incinta di tre mesi, eravamo ancora ragazzine, io avevo 14 anni e lei quando era incinta ne aveva 16, al sequestro del marito che ne avrà avuto 17 o 18... Poco dopo è stato catturato anche mio padre, poi io e infine mia madre.
La militanza e il sequestro
Io militavo nella “Juventud Guevarista”, ed eravamo tutti ricercati dalla polizia. Mi sequestrarono mentre stavo camminando per strada: li vidi scendere da una macchina e pensai che sarebbero entrati in un negozio, ma mi fermai quando mi accorsi che venivano verso di me. Feci per lasciarli passare, ma mi afferrarono. Fu tutto molto veloce, io gridai ma la gente rimase a guardare, diciamo che non ebbe quasi il tempo di reagire: poi capii che avevano tagliato la strada dai due lati e mi avevano intrappolato. Stavo andando a un appuntamento: non puoi immaginare cosa significa tutto questo finché non ti ci trovi... In quel momento mi sono detta: “Be’, va bene, è toccato a me”, e poi: “Già, è così, mi hanno presa”... Non appena in macchina iniziarono a colpirmi, ma ormai ero rassegnata... Di lì a poco passammo in un garage, mi bendarono e proprio lì sotto mi dissero che non mi sarei più chiamata con il mio nome e mi assegnarono il numero k04. Subito dopo presero a torturarmi... Ti facevano parlare a suon di botte. Mi domandavano di tutto, nomi, nomi, nomi... informazioni di ogni genere...
La gravidanza
Quando mi hanno presa ero incinta e di questo ero molto orgogliosa: mi ero messa un vestito pré-maman, la pancia non si notava. Ero felicissima, avevo 16 anni, sono diventata pazza di gioia quando l’ho saputo. Quando non mi vennero le mestruazioni – ancora non sapevo di essere incinta – andai dal medico, volevo fare una sorpresa al mio compagno, ero come impazzita. Volevo avere un figlio, mi ero sposata il 12 aprile e il 13 giugno mi hanno sequestrata. Ma quando mi domandarono se aspettavo un bambino, negai. La gravidanza nel campo di concentramento per me fu fondamentale in tutti i sensi. Loro volevano ottenere l’isolamento, l’unica cosa che tu avevi era la fiducia in te stessa, lì l’unica che contava eri tu, sugli altri non potevi contare... Quello che accadeva laggiù era molto diverso da quello che avviene nelle carceri, dove alla fine c’è sempre la possibilità di una qualche organizzazione collettiva. Nell’isolamento che loro ti creavano io ho avuto il vantaggio di non essere mai stata sola. Appena arrivata all’Atlético non dissi che aspettavo un figlio, perché ero convinta che avrebbero speculato sulla mia situazione. Infatti mi dicevano sempre che mi avrebbero fatto abortire, ripetevano: “Ti aprirò le gambe e ti farò abortire” e cose simili. La forza dell’essere umano è incredibile: quella fu l’anti-gravidanza... ne uscii perfino super-anemica, affrontai il parto nel peggiore dei modi, sia come alimentazione che come stile di vita... e nonostante tutto la bimba è sopravvissuta: ora ha 14 anni. In quel periodo le scrissi una poesia in cui a un certo punto dico: “Il mio sangue fu la tua vita e il tuo sangue fu la mia forza”, tale e quale... Era come se io sentissi che lei avrebbe potuto resistere a quell’orrore.

( continua )

da: Argentina 1976-2001 filmare la violenza sotterranea, Ubulibri, Milano 2001, pp. 167-176.
traduzione di Daniele Aluigi collaborazione alla riduzione di Leonardo Mello