Alle
22, 25 del 19 aprile 1977, uscendo dalla scuola serale Mariano Acosta a Buenos
Aires, sono stato sequestrato da quattro militari in borghese. Mi hanno bendato,
mi hanno trascinato dentro una macchina beige e trasportato in un luogo chiamato
Club Atlético.
Entrando ho sentito il rumore della saracinesca che si apriva e si abbassava.
Spogliandomi mi hanno preso il passaporto italiano che portavo in tasca. Mi
hanno applicato una catena intorno alle caviglie con due lucchetti numerati
190 e 191, numeri che dovevo ricordare. La catena impediva passi più
lunghi di cinquanta centimetri. Se si considerano progressivi i numeri dei lucchetti,
nei sotterranei del Club Atlético cerano in quel momento novantacinque
persone. Hanno battuto a macchina una scheda con i miei dati: Marco Bechis /
24 ottobre 1955 / anche chiamato Tano (contrazione di italiano)
dai suoi compagni / maestro elementare /... Mi è stato assegnato un numero
in codice, A01. Bendato ma senza più vestiti, sono stato portato giù
nei sotterranei, scendendo da una scala a chiocciola. Qualcuno che giocava a
ping-pong mi ha detto: Qui puoi urlare quanto vuoi, tanto non ti ascolta
nessuno. Qui sei nellEsercito Argentino!. Hanno aperto i lucchetti
alle caviglie e mi hanno legato piedi e mani ai quattro angoli di un tavolo
di metallo. Una nuova voce, più autorevole delle altre, ha acceso la
picana (un pungolo elettrico a voltaggio regolabile che emette un
ronzio unico) e ha iniziato linterrogatorio. Da mesi mi ero allontanato
dallattività politica attiva. Quella decisione fu la mia fortuna
perché, senza più contatti con i miei compagni, su quel tavolo
mi sentivo forte almeno in un punto: ero certo che non avrei potuto denunciare
nessuno, anche se la corrente elettrica mi avesse scosso il cervello. Volevano
da me nomi, appuntamenti, indirizzi e quando si sono convinti che non avevo
informazioni utili da dare mi hanno slegato e rinchiuso nella cella n°16.
Avevo le mani libere ma la benda stava sempre al suo posto, essere sorpreso
senza benda significava la morte immediata. Ricordo perfettamente tutte le loro
voci. Poco cibo, quanto bastava per non morire di fame. In attesa degli altri
interrogatori, sono passati quindici giorni. Attraverso i muri ho ascoltato
molte altre voci di prigionieri che non sono mai più ricomparsi.
I miei genitori che abitavano in Italia sono arrivati in Argentina due giorni
dopo la mia scomparsa. Dopo aver chiesto invano mie notizie presso le autorità
militari, sono riusciti a entrare in contatto con il generale Guillermo Suarez
Mason, Capo del Corpo 1 dellEsercito che controllava la città di
Buenos Aires. Suarez Mason, di fronte al mio caso, disse testualmente: Tra
trentasei ore vi dico se è possibile fare qualcosa o se ve lo dovete
dimenticare. Dopo questo contatto fortunato tra i miei genitori e il generale
ci sono stati altri due interrogatori elettrici durante i quali volevano capire
esattamente qual era il mio grado di coinvolgimento nellorganizzazione
che si opponeva al regime. Quarantotto ore dopo il primo contatto, la risposta
del generale fu: Si può fare qualcosa.
Mi hanno fatto risalire la scala a chiocciola, hanno controllato che non ci
fossero segni sul mio corpo e mi hanno fatto rivestire con una camicia nera
e un paio di pantaloni neri. Due sequestratori mi hanno fatto attraversare la
città in macchina, sdraiato tra il sedile posteriore e lo schienale di
quello anteriore. Non dovevo sapere dovero stato. Durante il viaggio hanno
discusso delle prodezze del Peñarol, la squadra di calcio di Montevideo.
Finalmente mi hanno depositato nella sala daccesso di villa Devoto, il
carcere della città.
Qualcuno mi tolse la benda: era un secondino del carcere. Mentre mi prendeva
le impronte digitali e scattava le fotografie di fronte e di profilo col numero
sul petto, io fischiettavo. Ero di nuovo tra i vivi. Per la burocrazia del carcere
ero stato arrestato solo qualche ora prima. Quindici giorni o un anno di sequestro
non faceva differenza. Entravo in carcere senza alcuna imputazione, perché
un decreto legge lo consentiva: qualunque sospettato poteva essere arrestato
preventivamente senza bisogno di alcun capo dimputazione.
Dopo qualche giorno, nella cella collettiva da sei di villa Devoto è
arrivato un ragazzo di ventanni appena uscito da un altro campo di concentramento,
lOlimpo. Il ragazzo era magro magro magro, aveva quasi tutti i denti rotti,
indossava dei pantaloni cortissimi che gli arrivavano appena sotto le ginocchia.
Per due settimane non ha parlato mai con nessuno, se ne stava seduto sulla branda
in silenzio e se qualcuno gli si avvicinava, aveva una reazione istintiva di
spavento. Non dormiva mai. Durante lora daria camminava costantemente.
E masticava sempre qualcosa, ma non deglutiva, masticava per ore lo stesso boccone
di pane per riabituarsi a mangiare. Dopo un mese ho saputo il suo nome: Carlos.
È stata la prima parola che gli ho sentito dire. Aveva passato un anno
nei sotterranei dellOlimpo.
Tra il 1976 e il 1982 nella città di Buenos Aires hanno funzionato trecentosessantacinque
campi di concentramento clandestini come il Club Atlético e lOlimpo.
Trecentosessantacinque luoghi sotto la città che ha ospitato un mondiale
di calcio nel 78, tournée di balletto moderno, spettacoli di opera
lirica. Nel 1977 alcuni giornalisti hanno protestato vivamente riempendo colonne
dei loro giornali perché alcuni film europei venivano proiettati con
dei tagli di censura, ma non hanno scritto mai una riga su quello che stava
avvenendo sotto i loro piedi. E sapevano, loro sapevano. Buenos Aires, una città
che in quegli anni ha moltiplicato vertiginosamente gli affari con investimenti
che arrivavano da paesi di tutto il mondo, lItalia tra i primi.
Il 4 luglio 1977 sono stato espulso dallArgentina con un decreto legge,
perché italiano. Due militari dellaeronautica mi hanno scortato
fino allaereo. Abbiamo attraversato la pista dellaereoporto fin
sotto la scaletta di un DC8 Alitalia dove un funzionario ha consegnato al comandante
dellaereo il mio passaporto italiano che mi era stato tolto tre mesi prima,
appena entrato nel Club Atlético. I due livelli, quello dei sequestri
illegali e quello della detenzione comune erano collegati tra loro ed erano
ben coordinati.
A Fiumicino una macchina dei carabinieri mi è venuta a prendere sotto
laereo. Ero stato espatriato, quindi per qualche oscuro motivo la cosa
richiedeva la loro presenza. Sul furgoncino che attraversava la pista e mi portava
direttamente ai voli nazionali, il carabiniere che avevo di fianco mi ha detto:
Laggiù sì che fanno sul serio, mica come qui da noi.
Il 23 settembre ero a Bologna, al grande raduno del movimento del 77.
Avevo bisogno di scrollarmi di dosso la paura di uscire di casa. Cera
tanta gente. Sono stati tre giorni indimenticabili, con alcuni momenti duri
di scontro e molti di confronto. La democrazia mi sembrava un lusso. Seduto
sui gradini di piazza Maggiore, guardavo la gente pensando: Ecco i più
arrabiati, i più vitali, i più coraggiosi, i più violenti,
i più sensibili, sono tutti qui... In Argentina ci sono trentamila ragazzi
del 77 in meno.
Giustizia in Argentina non cè stata, i responsabili dello sterminio
oggi circolano liberamente per le strade, sequestratori, torturatori, colonnelli,
generali. Capita di incontrarli in un bar, in un ristorante, in un cinema. Capita
anche che qualcuno li riconosca e li insulti. In genere il criminale accenna
un sorriso beffardo e si risiede a tavola, bene o male è soddisfatto
di essere ancora qualcuno. Ecco che cosè limpunità.
Ho chiesto ad Angela Boitano, della Comissione di Familiari di Scomparsi e Prigionieri
per ragioni politiche, madre di Michelangelo e di Adriana, due miei compagni
di scuola sequestrati e mai più ritornati, perché nessuno dei
familiari dei trentamila desaparecidos non si sia mai fatto giustizia da solo.
Angela mi ha risposto, serena: La morte di un assassino non significa
niente per me, io voglio giustizia che è qualcosa di ben più importante.
Ludienza preliminare contro i militari argentini colpevoli della morte
e della tortura di centinaia di italiani, si è tenuta l11 luglio
1997 a Roma. Uno degli imputati è lex generale Guillermo Suarez
Mason, colui che mi graziò nel lontano 1977. Ma rimane imputato di quattrocentotrentacinque
omicidi, una piccola punta delliceberg di quello che sono state le sue
vere responsabilità. In una recente intervista che Suarez Mason ha concesso
a casa sua a Buenos Aires, il giornalista del settimanale Noticias, gli ha chiesto
se non gli dava fastidio che la maggior parte dellopinione pubblica lo
considerasse un criminale, e lui ha risposto: Non è che mi dia
fastidio o no... qualcuno lo doveva fare.
da: Marco Bechis, Argentina 1976-2001 filmare la violenza sotterranea, Ubulibri,
Milano 2001, pp. 204-208.