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I tuoi genitori sono desaparecidos: come te li immagini oggi?
Vedo due persone felici, giovani, come nelle foto. E poi sempre in azione, costantemente impegnati. Chissà se ho preso da loro, perché io mi appassiono alle cose, cerco sempre di provare sensazioni forti, di sentire le vertigini...
Li vedi giovani?
Sì, giovani, non riesco nemmeno a pensarli vecchi.
Li vedi come tuoi coetanei.
Direi di sì. Ormai ho ventitré anni e non credo che potrebbero più dirmi molto, sulla vita. Ma quando ero più giovane mi avrebbe aiutato ascoltarli... E anche adesso accetterei sicuramente le loro critiche.
Riesci a figurarti anche una casa?
Quella della casa è un’idea che non mi appartiene per niente, non ci penso mai. Si può dire che non ho mai avuto una casa. A me piace stare all’aperto, divertirmi, essere sempre in movimento, e penso che anche i miei genitori fossero così.
E fisicamente come li vedi?
Mio padre lo immagino con la giacca, ben vestito: era così nelle foto del processo. Mi hanno raccontato però che spesso andava in giro con una giacca di pelle. Aveva una postura eretta, una corporatura abbastanza imponente e una presenza considerevole. Giocava a calcio... aveva un gran fisico.
Ti immagini anche tua madre così?
No. Lei la vedo più fragile, sofferente. Mio padre me lo figuro come un tipo duro, che quando muore cade a terra ma non soffre; per mia madre è diverso. So che quando papà morì lei fu distrutta dal dolore. Ho una sua lettera che parla di questo.
Prima mi hai detto che fai dei sogni ricorrenti. Sognare è una liberazione o una sofferenza?
Dal 1997 ho come subìto una metamorfosi, e dormo poco e male. Quando sogno mi immedesimo nei miei genitori, e provo una sofferenza che ha dei contorni reali, anche se è un sogno. Mi sembra di vivere il dolore che si prova quando ti sparano, o ti esplode una bomba vicino. C’è sempre sangue nei miei sogni, e ci sono sempre i miei genitori. In altri mi reco sulla loro tomba, picchio contro il marmo della lapide e mi taglio tutto. Credo che, senza fare troppe interpretazioni, questo significhi autodistruzione, autolesionismo: da quando conosco i dettagli della scomparsa della mia famiglia ho cominciato a fare sogni e ad avere comportamenti autodistruttivi.
Provi anche del risentimento per i tuoi genitori?
No, risentimento no. Anzi, per calmare il mio dolore, avevo immaginato come soluzione di morire e raggiungerli. Pensavo che raggiungerli fosse la cosa più bella, poetica e romantica che potevo fare.
Adesso vivi da solo?
Per il momento sto da mio cugino.
E da piccolo, con chi stavi?
Con mia zia, mio zio e con tre cugini che erano e sono tuttora come dei fratelli.
Sono zii paterni o materni?
Da parte di madre: mia zia è la sorella di mia madre. Vivo con lei da quando avevo due anni e tre mesi.
E prima sei stato apropiado?
Sì, per quattro mesi, ma non so da chi andai a vivere. Mi hanno preso quando avevo sei mesi, prima stavo con mia madre.
Ti ricordi qualcosa di quel periodo?
Ricordo vagamente quando sono venuti a sequestrarmi.
Tu eri lì?
Sì, ero nella vasca da bagno con mia madre. Entrarono e spararono all’impazzata. Mi hanno raccontato che siamo rimasti immobili in quella posizione per molto tempo, mia madre era stata ferita alle gambe. Io ho rimosso tutto. Non ricordo nemmeno i militari che mi hanno portato via, e con i quali sono rimasto per qualche tempo. Dopo alcuni mesi, quando avevo già compiuto i due anni, sono andato a vivere con i miei zii: loro raccontano che io non volevo mai farmi la doccia, non riuscivo a entrare nella vasca, non ne volevo sapere.
Avevi dei ricordi che ti spaventavano.
È chiaro. Avevo visto troppo... C’era un fiume di sangue. Avevano sparato a mia madre, e mentre la portavano via uccidevano il suo compagno. L’hanno ammazzato con una bomba.
Deliberatamente?
Non so, ma credo di sì. Una vicina ha raccontato di essere andata nella casa il giorno dopo e di aver visto sangue, capelli, peli e brandelli di carne ovunque...
Più che ricordi, quindi, ti sono rimaste impresse delle immagini...
Sì, delle immagini slegate tra loro: l’ultimo gesto di mia madre, l’ultimo colpo che le hanno sparato...
Tu hai corso anche il rischio, di rimanere con i tuoi apropriadores.
Ho avuto fortuna perché i miei zii mi hanno recuperato molto presto. Insieme ai loro figli sono stati molto generosi con me. Sono delle persone fantastiche. Mia zia la chiamo mamma.
Era anche lei una militante, allora?
No, per niente.
Come hanno fatto a rintracciarti così velocemente?
Mio zio conosceva una persona che aveva un grosso debito di riconoscenza con la mia famiglia. Sembra che sia stato lui ad andare da Suarez Mason per chiedergli un occhio di riguardo per me. Dopo quindici giorni mi hanno lasciato all’incrocio della circonvallazione di Mercedes, nelle mani di un prete che aveva già avvertito i miei parenti.
Come immagini che saresti tu a ventitré anni, se non ti fosse capitata la fortuna di essere stato restituito molto presto alla tua famiglia naturale? Come pensi che vivresti adesso se fossi rimasto con i tuoi apropiadores?
Non posso saperlo con certezza, ma credo che sarei cresciuto credendo di essere figlio di militari, e avrei avuto diversi problemi; penso che avrei sviluppato una ribellione crescente verso l’educazione di stampo militaresco, sarei diventato un contestatore. Ma sono supposizioni. Per quello che ne so, avrei perfino potuto prendere le difese dei miei genitori apropiadores.
Capisco quello che intendi dire. Alle volte sono persone in buonafede, che cercano solamente di avere un figlio a tutti i costi, e non riesci a colpevolizzarli...
Sì, può capitare anche questo. Oppure, se fossi vissuto a lungo con la famiglia degli apropiadores avrei potuto reagire con un atteggiamento di rifiuto della verità, decidendo di non voler più sapere niente delle mie origini.
La tua vita affettiva come procede?
Generalmente abbastanza male. In questo periodo un po’ meglio: ho una ragazza fissa da dieci mesi, ma in media resisto due o tre. Di solito, quando conoscevo una ragazza, partivo di slancio con grandi progetti, ma dopo un po’ iniziava un casino, litigavo continuamente e alla fine ci lasciavamo. Ed ero sempre io a creare problemi.
Ti inventavi i problemi?
Qualcuno dice che è la paura della perdita. Facevo di tutto per troncare io la relazione, in modo di non subire l’abbandono. Ma subito dopo mi mettevo in moto per cominciare un’altra storia.
Con la ragazza con cui stai ora è diverso?
Anche con lei all’inizio avevo parecchi scontri. Però mi sembra di essere cambiato, di stare meglio. Molte paure se ne sono andate, ma è rimasta l’angoscia che le succeda qualcosa, che la rapiscano. Oppure che decida di lasciarmi. Mi spavento spesso, basta che lei ritardi cinque minuti a uscire dal supermercato... Quando ho questi momenti di panico sto malissimo.
Che cosa fai in quelle situazioni?
Quando provo un senso di vuoto, la cerco finché non la trovo, e sto subito meglio. Se le racconto queste mie paure lei cerca di sdrmmatizzare scherzando, e così io riesco a ridimensionarle. Qualche volta le dico quello che mi è successo, quello che ho provato... e lei sdrammatizza dicendomi che sono pazzo. Comunque io cerco di parlare un po’ di tutto con lei... e per me è un gran passo avanti. E lei ascolta...
Hai mai avuto una fidanzata con la tua stessa esperienza?
Mai. Erano tutte ragazze semplici, che non ne avevano nemmeno idea di quello che mi è capitato. Quest’ultima è più istruita, legge molto, studia sociologia. Nel 1975 È stata esiliata in Venezuela e Nicaragua con i suoi genitori. Lei mi capisce di più.

da: Marco Bechis, Argentina 1976-2001 filmare la violenza sotterranea, Ubulibri, Milano 2001, pp. 220-224.
traduzione di Daniele Aluigi
collaborazione alla riduzione di Leonardo Mello