ALAMBRADO
regia: Marco Bechis. soggetto e sceneggiatura: Marco Bechis, Lara Fremder. fotografia: Esteban Courtalon. montaggio: Nino Baragli, Pablo Mari. scenografia: Jorge Sarudiansky. musica originale: Jacques Lederlin. suono (presa diretta): Tullio Morganti. interpreti: Jacqueline Lustig (Eva Logan), Martin Kalwill (Juan Logan), Arturo Maly (Harvey Logan), Matthew Marsh (Wilson), Enrique Ahriman (Sanchez), Miguel Paludi (padre Corti), Cristina Czetto (padrona dell’Hotel), Facundo Pereira (Manuel), Luis Romero (impiegato catasto), Gabriel Molinelli (meccanico), Miguel Ruiz Diaz (Schuball), Mariano Lopez (ragazzo di Eva), Marocs Maggi (soldato), Carlos Cendron (Fernandez), Juan Correra (camionista), Eduardo Colman (venditore di fil di ferro), Enrique Piñeyro (poliziotto), Fernando Cedron (pastore in moto). direttore di produzione: Pablo Nisenson. produttore esecutivo: Diana Frey. produzione: Roberto Cicutto; Aura Film (Italia), Oscar Kramer (Argentina). origine: Italia-Argentina, 1991. durata: 90’.


La Patagonia, un altopiano tormentato dal vento, rocce sull’Oceano, un mare metallico che si vede come una linea minacciosa oltre un campo d’erba sbiancata. Sul campo c’è una casa di legno, nient’altro. Il paese è lontano. Un distributore di benzina raduna auto in attesa di un rifornimento che non arriva mai. C’è un aeroporto, ma a più di mille chilometri di distanza. In questa landa desolata, davanti al mare, in una casa fatiscente di cui per campare vende pezzo a pezzo gli ultimi arredi, vive l’inglese Harvey Logan con i suoi due figli. Il terzetto non è proprio idilliaco. Logan è violento. Eva è un’adolescente inquieta, provocante e vorace che sogna Parigi e studia il francese con le cassette. Suo fratello Juan è un tredicenne, innamorato della sorella e morbosamente taciturno, che impara a memoria la Bibbia sperando di partecipare a un quiz in televisione. La madre se ne è andata in un giorno senza vento. Ciascuno dei due figli evade a modo suo, ma per entrambi un polo d’attrazione è, in paese, l’unico, disadorno alberguccio che ha un televisore nell’atrio e rari viaggiatori di passaggio. Pochi, quasi fantasmi gli indigeni di contorno: uno stralunato, giovane soldato in divisa con un fucile carico; un prete un po’ fanatico ossessionato dai peccati della carne, che gira in motocicletta; un ruvido impiegato del catasto. Sono i rappresentanti del potere, lontano. C’è anche un vecchio demente che in un giorno senza vento ha ammazzato i cinque figli, precipitandoli in un burrone. Contadini, pastori, camionisti. All’arrivo di un uomo d’affari inglese e di un ingegnere argentino che vorrebbero costruire un albergo e un piccolo aeroporto nei terreni vicini alla casa - perché quella è l’unica terra della regione dove il vento soffia sempre nella stessa direzione e favorisce l’atterraggio - Logan si oppone alla speculazione, anche senza i titoli legali. Un po’ per orgogliosa ostinazione, un po’ per bizzarro culto della solitudine e delle tradizioni locali, perché “quando guardo, mi piace non vedere niente intorno”. Non gli resta che buttarsi nella massacrante fatica di costruire un “alambrado”: un grande recinto di fil di ferro e paletti, lungo chilometri, che, secondo il diritto patagonico, dovrebbe bastare a stabilire i confini della sua proprietà. Ma quello che lui fa di giorno, gli altri disfano di notte. Logan ci lascerà la pelle, stremato. Non andrà meglio agli altri. Juan, ossessionato dal pensiero dell’alambrado, fa a pezzi la casa per avere il materiale necessario alla costruzione di una staccionata infinita. Nella sua ricerca di “difese” finisce per uccidere l’unico uomo che avrebbe potuto portare la sorella Eva lontano, l’inglese, ormai arresosi all’impossibilità di fare qualsiasi cosa. E’ contro un filo teso da un capo all’altro della strada che si spezza la corsa dell’auto che dovrebbe portarli via.“Sono tornato in Argentina a metà degli anni Ottanta, ma ho trovato tutto cambiato: non mi riconoscevo più in quel Paese né in una città come Buenos Aires. Volevo però fare un film sull’Argentina e ho preferito spostarmi in un luogo lontano, nel sud, in Patagonia, tra i pinguini e il vento a 180 km. Ho scelto un luogo difficile, dove protagonisti del mio set non sarebbero stati ponti di polistirolo, ma il vento e un paesaggio. Un paesaggio talmente incontaminato che girando questo film siamo riusciti a inquinarlo.
Durante le riprese sperimentai ciò che poi sarebbe diventato una costante: la riscrittura della sceneggiatura durante le riprese. Con Lara, già prima di iniziare il film, ne riscrivemmo sui luoghi stessi gran parte. Il bisogno di dissolvere ciò che è stato scritto tra gli elementi che si vanno man mano trovando durante le riprese era qualcosa che avevo visto sul set di Ginger e Fred di Fellini, qualche anno prima. Fellini era un maestro nell’arte della riscrittura del film sul set. Uno spunto casuale era il pretesto per rifare la scena completamente, in altro modo. Durante le riprese di Alambrado mi ero dunque trovato con questo bagaglio: la passione per la scrittura (che avevo coltivato con Adriano Sofri e Lara Fremder), la scoperta della sensibilità e dell’intuizione come metodo…
Fino a cento anni fa, per delimitare una proprietà ed evitare lo sconfinamento degli animali, si scavavano fossati. Poi è arrivato il filo spianto e il legno. L’alambrado è un limite che costa soldi e fatica, che la gente rispetta. Questi “alambrados” sono i recinti che corrono lungo tutta la Patagonia, per migliaia di chilometri. In quel paese il terreno costa un dollaro all’ettaro, ma non è produttivo: il vento soffia tanto forte da spingere nell’oceano la parte superficiale che è quella più fertile. La mia storia nasce da questo paradosso sullo spazio sterminato e il suo prezzo.
Non c’è niente di autobiografico, se non nella suggestione di quella natura così forte, nella memoria letteraria o nei racconti ascoltati da bambino, nel fatto che mio nonno fu sindaco di Punta Arenas, nella Terra del Fuoco. In quel pezzo di mondo dove il mondo finisce, a pochi chilometri dallo stretto di Magellano, le cose strane succedono nelle giornate senza vento, rarissime nel corso di un anno. Il suono del vento, incessante e implacabile, a 150, 200 chilometri l’ora, domina l’esistenza di chi vive in quella parte del mondo e, quando di colpo finisce e il silenzio arriva inatteso e insolito, la gente è presa da inquietudine, ansietà, spavento. Ciò che mi ha attratto è stata l’idea di girarlo in presa diretta in quella realtà difficile che ha condizionato i movimenti e la recitazione degli attori e ha determinato lo stile delle riprese. Con quel vento non ti puoi permettere un dolly o un lungo carrello.
Non volevo attori famosi, di quelli che intervengono sull’equilibrio del film. Ho sviluppato la storia principalmente sui personaggi: ci vuole molta cura verso gli attori in un film di questo genere.
Ho girato qualcosa che interessava a me, che raccontasse il mio sradicamento. La storia è essenziale, lo stile con cui è realizzata anche, senza manierismi.
Non sono uno dei bambini di Cinema Paradiso, mi affascinano i nuovi linguaggi, l’alta definizione. Voglio dire che non sono convinto che il cinema sia l’unico mezzo di comunicare. E’ comunque il più importante per raccontare storie che restino”. (M. Bechis, 1992)