ARGENTINA
FELIX:
IL CINEMA DI MARCO BECHIS
di Anton Giulio Mancino
"Credo che oggi bisognerebbe ridefinire il concetto di cinema politico, perché il cinema politico oggi è un cinema commerciale che parla di argomenti politici". (Marco Bechis)
Ci
sono autori di cui basta un solo film per comprendere immediatamente e in
modo inconfutabile lo spessore morale ed intellettuale. E nel caso di Marco
Bechis quel film è Garage Olimpo (1998). Perché è unopera
talmente matura, rigorosa e innovativa che difficilmente si riuscirà
in futuro a non prenderla in considerazione occupandosi delleclettico
regista italo-argentino, o più correttamente argentino-italiano, nato
peraltro a Santiago del Cile nel 1957 da madre cilena di origine svizzero-francese
e da padre italiano. Non a caso già con il successivo Figli/Hijos (2001)
Bechis ha inteso proseguire il discorso impietoso di scavo più che
di denuncia iniziato con Garage Olimpo, approdando così ad un dittico
coerente e consapevole destinato a connotare il suo impegno al di là
di ogni ragionevole dubbio. In un certo senso, affrontando direttamente un
tema importante senza alcun complesso di inferiorità o senso di inadeguatezza,
elaborando e dotandosi anche di una cifra espressiva adeguata, egli ha semplificato
il lavoro dello spettatore e del critico che ai suoi film e alla sua personalità
dautore intendano avvicinarsi. Due dei tre lungometraggi diretti finora
da Bechis vertono sullo stesso argomento. Raccontano il decorso invisibile
e ineffabile, sondandone le conseguenze di lunga durata, della dittatura militare
in Argentina tra il 1976 e il 1982. Bechis ha ulteriormente circoscritto il
campo dazione, scegliendo sì di interrogarsi sugli anni oscuri
e rimossi della dittatura ma evitando accuratamente limpostazione di
un certo cinema politico che in Italia ad esempio ha rivelato tutti i suoi
limiti negli anni 70 proprio perché concedeva troppo alla suggestione
dei comodi teoremi astratti o del chiassoso e generico ricorso ai massimi
sistemi. Lautore di Garage Olimpo e Figli/Hijos, pur puntando alto,
senza per questo eludere i nodi strutturali della questione, è invece
riuscito a non commettere lerrore dopotutto vantaggioso di potenziare
la fabula o di occuparsi in maniera diretta e plateale delle macrostrutture
del potere. Ha preferito con evidente cognizione di causa riappropriarsi di
una prospettiva specifica e di una dimensione privata, che dapprincipio conteneva
forti richiami autobiografici: ha voluto cioè rappresentare la tragedia
dei trentamila desaparecidos argentini, visti come connazionali e coetanei,
dunque come potenziali emblemi e vittime di una prospettiva democratica antagonista
di unintera generazione, divisa tra la lotta armata e lintervento
sociale diretto. Prospettiva naufragata complessivamente nella mortificazione
fisica e nella eliminazione di massa. Un simile nucleo tematico, dai contorni
alquanto marcati, non gli ha però impedito di allargare langolo
visuale: quella di Garage Olimpo, come per molti versi anche di Figli/Hijos,
è infatti una parabola che travalica per impostazione estetica, spessore
morale e implicazioni filosofiche (afferenti alla sfera di quella che Hannah
Arendt aveva ribattezzato "La banalità del male") gli specifici
confini storici, generazionali e geopolitici. Lanalisi impietosa delle
dinamiche operative e quotidiane di uno degli oltre trecento anonimi campi
di tortura sparsi allinterno del perimetro urbano di Buenos Aires, ha
indotto lautore a superare lambito immediato della denuncia per
riflettere contestualmente sulla funzione stessa dello spettacolo cinematografico
in relazione allindolenza intellettuale collettiva di fronte al genocidio
globale, alla pulizia etnica o al crimine istituzionalizzato, intrecciando
così la propria indagine di artista, ex internato e testimone alle
più recenti ricerche condotte nel campo della psicologia sociale. Adriano
Zamperini nel suo Psicologia dellinerzia e della solidarietà
(Einaudi, Torino 2001), prende ad esempio proprio Garage Olimpo per spiegare
limportanza assunta dallo svago e dalla normalizzazione dei comportamenti
nelleconomia psichica diuturna dei torturatori:
Nel film Garage Olimpo del regista Marco Bechis, unaccurata ricostruzione
delle vicende di una giovane donna imprigionata nelle stanze della tortura
durante la dittatura argentina, si possono vedere i torturatori timbrare il
cartellino e ingannare il tempo, tra un supplizio e laltro, giocando
a ping pong.
Il richiamo al film giunge al termine di una dettagliata descrizione della
propedeuticità nella psicologia elementare del torturatore, il quale
- secondo Zamperini - non potrebbe esercitare materialmente la violenza senza
trovare il modo di assimilarla alle cose più semplici, quindi di alleggerirla,
di deprivarla del suo senso specifico e della conseguente eccezionalità
perversa, iscrivendola pertanto nella routine:
Uno dei passi centrali del processo di formazione del torturatore è
il problema della desensibilizzazione. Per togliere qualsiasi sensibilità
emotiva nei confronti della persona seviziata le pratiche della tortura vengono
trasformate in routine, in modo che le reclute possano "apprendere ad
amare la sofferenza". Ma per poter diventare un abile torturatore è
necessario "uccidere" lansia che sovente accompagna simili
attività. Lo stimolo ansiogeno latto di torturare
va neutralizzato sul piano emotivo, se non addirittura convertito in piacere.
Il primo passo per trasformare delle reclute inesperte in un torturatore capace
è quello di addestrarle a essere degli spettatori. Inizialmente le
reclute entrano in contatto con il prigioniero senza agire la violenza, assumendo
il ruolo di spettatori passivi mentre altri infliggono le torture. Un lungo
processo di desensibilizzazione viene costruito su questi fondamenti, attraverso
una prolungata supervisione dei prigionieri, fino a quando le reclute sono
considerate pronte a partecipare direttamente alle atrocità.
Questo superamento della mera rappresentazione romanzata, che collima con
una visione scientifica del negativo storico contemporaneo e trasforma terapeuticamente
lo spettatore cinematografico passivo in un potenziale alter-ego del torturatore,
è diventato per Bechis una sorta di filo conduttore della sua opera
in fieri: caparbiamente, da cineasta, si è indirizzato verso una strategia
antipsicologica nella costruzione dei personaggi più inquietanti, asociali
o sociopatici (Felix, Texas o Tigre), verso una rarefazione degli elementi
drammaturgici tradizionali anziché verso una loro facile accentuazione,
che gli avrebbe consentito di sfruttarne la componente melodrammatica implicita:
soluzione che sarebbe comunque potuta risultare, specialmente in Figli/Hijos,
accettabile e condivisibile. Inoltre, considerando Figli/Hijos non come un
doppione ma come unideale prosecuzione di Garage Olimpo, si riesce a
cogliere tutta una serie di corollari. Nellultimo e ancora inedito film
di Bechis, salvo che in un paio di agghiaccianti flashback esplicativi, non
occorre quasi più mostrare i tremendi abusi dei soldati su quei prigionieri
destinati alloccultamento del corpo, dellidentità e della
discendenza. E il clima stesso di tranquillità familiare, di
appartenenza ad un ambiente agiato e distante dai luoghi della tortura, esemplificata
dalla collocazione geografica norditaliana, ad acquistare una maggiore rilevanza
sul piano della brutalità inespressa e del metabolismo malefico. Se,
come si è visto in Garage Olimpo ed è stato sostenuto da Zamperini,
lintensità dellatto criminale è inversamente proporzionale
al grado di incidenza psicofisica sullindividuo che lo compie, allora
la costruzione narrativa di Figli/Hijos, che pone unulteriore distanza
dallo spettacolo orrorifico, non fa che accentuare il senso politico delloperazione.
Per molti versi Figli/Hijos è un film molto più politico di
Garage Olimpo, che nella sua asciutta, inquieta e implacabile claustrofobia
- contrapposta alla stabilità e alla staticità olimpica e indifferente
delle riprese aeree - suggeriva un tipo di ricognizione più tecnica
e analitica sulla gestione psichica dellimpulso distruttivo da parte
del carnefice e dellistinto di adattamento e di sopravvivenza della
vittima. Ma mentre in Garage Olimpo è ancora possibile rintracciare
la lezione de La passeggera (1964) di Andrzej Munk e non le confuse e oscene
concessioni masochistiche di opere giustamente dimenticate come, per citare
il caso più ignobile, Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani,
in Figli/Hijos si ha limpressione che lautore abbia voluto accentuare
la portata odierna e pervasiva della tragedia argentina, collegandola direttamente
alla condizione diffusa (in Italia come in molti altri paesi del mondo che
hanno intrattenuto convenienti e prudenti rapporti di buon vicinato e mutuo
scambio diplomatico-commerciale con la dittatura argentina) di lieta accettazione
di un presente felice, sano ed innocente, ribaltandola, minandola alla base,
inficiando i nuclei familiari acquisiti e contestando così le premesse
rassicuranti e agnostiche di questo patto sociopolitico internazionale. Non
è un caso che in Figli/Hijos si cerchi di stabilire un contatto allegorico
tra passato e presente, tra i protagonisti assenti ed evocati di una tragedia
collettiva, mostrati già in Garage Olimpo, e le nuove generazioni,
indipendentemente dai vincoli di parentela diretti. Il che spiegherebbe il
colpo di scena finale che svela a Javier, attraverso gli esiti delle analisi
del Dna, di non essere il presunto fratello di Rosa, senza che tuttavia questo
errore incida sulla sua coscienza di figlio di genitori sconosciuti,
scomparsi, martirizzati da un sistema di omissioni e silenzi di cui comunque
la famiglia italo-argentina acquisita si è resa colpevole. Anche sotto
questo profilo, mediante un sapiente anticlimax, il film non fa che rifuggire
ogni scorciatoia romanzesca. Esattamente come era avvenuto in Garage Olimpo,
dove inaspettatamente e provocatoriamente il finale frustrava ogni via di
scampo, ventilata dalla breve ed improbabile vacanza dei due protagonisti
Maria e Felix, circostanza anticipata peraltro dallinutile tentativo
di fuga della ragazza. Lespediente, se si vuole, potrebbe risalire a
Ladri di biciclette (1948) di Vittorio De Sica, dove per sensibilizzare il
pubblico al problema della disoccupazione nellimmediato dopoguerra,
era stato necessario consentire ad uno sventurato di nome Antonio Ricci (lo
spaesato, imbranato e arrendevole Lamberto Maggiorani) di trovare lavoro come
attacchino, di vedere vincolata questa opportunità ad un oggetto specifico
(la bicicletta), il cui furto e limpossibilità di ritrovarla
ribadivano il dramma di tutti attraverso la sorte esemplare del personaggio
singolo.
Lungi da ogni equivoco realistico o documentaristico, Garage Olimpo si profilava
dunque come una parabola ironica, severa e sconcertante sulla scarsa propensione
degli esseri umani civilizzati, come il funzionario assassino Felix (nome
quantomeno emblematico), ad accettare la libertà individuale, barattata
stupidamente con un assoggettamento al sistema, allingranaggio mostruoso
che non soltanto non li garantisce ma alla fine li travolge e sconfigge. E
per giunta sembra volerli punire kafkianamente in quanto non hanno nemmeno
saputo approfittare della occasionale ed estrema salvezza loro concessa. Ed
è superfluo sottolineare come in entrambe i film non sia la figura
maschile (affidata al medesimo attore, Carlos Echevarría, destinato
quindi a trascorrere dal ruolo del torturatore a quello del figlio del presunto
torturato) ma la controparte femminile ad incarnare maggiormente il senso
di responsabilità, il principio di realtà e la piena consapevolezza
della drammaticità degli eventi allapparenza più ordinari.
Resta a questo punto una questione abbastanza elementare da risolvere. Finora
non si è fatto alcun accenno al primo film diretto da Bechis. Come
se Garage Olimpo e Figli/Hijos costituissero da soli un segmento contiguo
e autosufficiente allinterno della filmografia bechisiana. Ma due film
su tre bastano a delineare un progetto di ampio raggio? Se così fosse
verrebbe spontaneo chiedersi come comportarsi con Alambrado (1991/1992), leccentrico
lungometraggio desordio, che se alla sua uscita trovò molti estimatori
e registrò numerosi consensi, oggi, proprio alla luce delle acquisizioni
postume dovute a Garage Olimpo e Figli/Hijos, rischia di essere scambiato
per un tassello fuori posto, una falsa e stravagante partenza, complice una
costruzione libera ed estemporanea che sembra stonare con il rigore dimostrato
da Bechis nei suoi film più celebri. La genealogia stessa di Garage
Olimpo contribuirebbe ad accentuare lequivoco, poiché come è
noto lidea di un film sugli insospettabili lager urbani durante la dittatura
risaliva - nelle intenzioni dellautore - al 1987, risultando quindi
anteriore alla realizzazione dello stesso Alambrado. Ma Bechis per ragioni
pratiche dovette attendere numerosi anni finché un film così
difficile e imbarazzante si concretizzasse sul piano produttivo. Ed è
altrettanto singolare che siano otto gli anni che separano Alambrado da Garage
Olimpo, siglando così una distanza non soltanto temporale ma anche
culturale ed espressiva di cui sarebbe opportuno tener conto. In altre parole,
mentre tra Garage Olimpo e Figli/Hijos intercorre un periodo relativamente
più trascurabile e comunque fisiologico, vanificando ogni ipotetica
soluzione di continuità, è più facile interpretare lexploit
di Alambrado come un esperimento a prima vista interessante, curioso e tuttavia
isolato, su cui ancora grava limmediata derivazione, individuata immancabilmente
dai critici, dal cinema di Werner Herzog. In effetti Alambrado potrebbe avere
molto più in comune con una tarda parabola herzoghiana che con il clima
sinistro, claustrofobico e normalizzato di Garage Olimpo o con i fantasmi
del passato rimosso che agitano la coscienza dei due giovani protagonisti
di Figli/Hijos. Eppure le analogie, con buona pace di ogni perplessità
filologica, permangono. Perché tutti e tre questi film, indipendentemente
dalla loro componente tematica quasi per niente assimilabile, partono da un
nucleo giovanile, da una coppia di ragazzi poco più che adolescenti
e perciò impreparati ad affrontare un mondo o un sistema di rapporti
e comportamenti che pare averli trascesi e irretiti, e a gestire nella sua
paradossale o crudele consistenza reale un patrimonio ereditario. I tre film
possiedono altresì un impianto più o meno destrutturato da romanzo
di educazione alla vita, quandanche lesito dellitinerario
proposto sia funesto e disperato, traumatico o ambiguo. Si avverte nellinconfondibile
universo giovanile bechisiano, che si fonda sempre su un modello di coppia
eterosessuale di reali o probabili fratelli (Alambrado e Figli/Hijos) o di
sventurati e coatti amici-amanti (Garage Olimpo), il bisogno sintomatico di
ricostruire meticolosamente un quadro dinsieme, di rimettere insieme
i pezzi sparsi, a partire da unesperienza irreversibile di crescita
e di acquisizione della coscienza piena e sconvolgente degli avvenimenti.
Bechis ha perciò sempre preferito esplorare una superficie ambientale
fondamentalmente e allegoricamente monotona, senza perciò temere il
confronto con una più sgradevole e inaccessibile verità storica
ad essa sottesa, servendosi di soggetti non ancora capaci di decodificarla
nella sua interezza sistemica. E che si vedono quindi costretti dalle circostanze
sfavorevoli a risalire lentamente e inesorabilmente la china della conoscenza,
restandone coinvolti fino alle estreme conseguenze, tanto sul piano personale
che su quello sociale e familiare, finendo per esporsi fisicamente, moralmente
e ideologicamente. E questo processo formativo trova nel prototipo della coppia
di ragazzi uninsostituibile dualità cognitiva, che obbedisce
tanto al criterio della complementarità degli approcci individuali
quanto alla necessaria alterità o estraneità reciproca. E questo
si verifica poiché lo schema maschile/femminile riflette in sé
una sensibilità bilaterale, ambivalente e straniante, sebbene, come
si è visto, i personaggi femminili mostrino già in Alambrado,
e quindi in Garage Olimpo e Figli/Hijos, un maggiore capacità di decifrare
i segnali inquietanti e preoccupanti della realtà, mentre quelli maschili
appaiano più chiusi in atteggiamenti alienati e meccanici, in quanto
affezionati ad una condizione di felice, immatura e preliminare stabilità,
ancorché improbabile, egoista e colpevole. E che trova nelle figure
ricorrenti della delimitazione spaziale e affettiva una conferma onnipresente:
lalambrado, ossia il recinto concepito in funzione anticapitalista da
un padre despota, caparbio e burbero; il carcere, simbolo autoreferenziale
di un potere reazionario e violento quanto di unincapacità da
parte dellintroverso Felix e dei suoi colleghi di comunicare o di vivere
nel mondo esterno; la bella villa milanese dove vive Javier alla larga da
ogni stimolo extrafamiliare, da ogni rischioso tuffo dallaereo (che
rimanda alla sorte dei suoi probabili e ignoti veri genitori desaparecidos)
o da ogni ulteriore e ingrata compromissione con il mondo. Cioè con
la politica, il sociale e laltro sesso.