GARAGE OLIMPO
regia: Marco Bechis. sceneggiatura: M. Bechis, Lara Fremder. fotografia: Ramiro
Civita. montaggio: Jacopo Quadri. costumi: Caterina Giargia. scenografia:
Romulo Abad, con la coll. di Jorge Sarudiansky e Esther Musatti. musica originale:
Jacques Lederlin. produzione esecutiva: Daniel Barman, Diego Dubcovsky. consulenza
storica: Mario Villani, Ana Maria Careaga, Alejandro Echauregui, Cristina
Muro, Eduardo Anguita. aiuto regista: Emiliano Torres. segretario di edizione:
Martin Carranza. primo assistente alla regia: Vincenzo Marra. secondo assistente:
Natalia Smirnoff. trucco: Alberto Mocchia. suono (presa diretta): Guido Beremblum.
casting: Gabriel Molinelli. interpreti: Antonella Costa (Maria), Carlos Echevarría
(Felix), Pablo Razuk (Texas), Enrique Piñeyro (Tigre), Marcelo Chaparro
(Turco), Adrian Fondari (Rubio), Miguel Oliveira (Nene), Dominique Sanda (Diane,
mamma di Maria), Chiara Caselli (Ana, militante), Paola Bechis (Gloria). produzione
esecutiva: Daniel Barman, Diego Dubcovsky. produzione: Amedeo Pagani; Classic,
con la partecipazione di RAI, Tele+, Paradis Film (Francia), Nisarga (Argentina).
origine: Argentina-Italia, 1999. durata: 98.
Cannes 1999: sezione "Un Certain Regard"
"Globo D'Oro" 2000 a M. Bechis per il miglior film, a M. Bechis
e Lara Fremder per la miglior sceneggiatura, a Antonella Costa per la miglior
attrice esordiente.

Maria ha 18 anni, insegna come maestra militante agli analfabeti
di una favela e vive con la madre Diane, dorigine francese, in una vecchia
e declinante casa con giardino. Difficoltà economiche hanno indotto
Diane ad affittare alcune stanze, una delle quali è occupata da Félix,
un giovane timidamente innamorato di Maria che dice di lavorare come guardiano
notturno in un garage. Siamo attorno al 1978 (ai tempi della dittatura militare
di Videla e dei mondiali di calcio) e in Argentina è in corso una feroce
repressione da parte dellesercito e di bande a esso collegate nei confronti
degli oppositori o presunti tali, una scrematura che infierisce
su intellettuali e su proletari, su giovani e su donne, moltissimi dei quali
passeranno alla storia (o alla non-storia) come desaparecidos (più
di 30.000, almeno 160 dei quali italiani). Una mattina, un gruppo di poliziotti
e di militari in borghese sequestra Maria di fronte allo sguardo impotente
della madre e la trascina al centro di detenzione clandestino chiamato Garage
Olimpo. Ben presto Maria scopre che la persona che si dovrà occupare
del suo interrogatorio sotto tortura altri non è che Félix.
Sottoposta ad atroci sevizie, la ragazza finisce con il fornire uninformazione
che crede inutile ma che porta tuttavia allarresto di un compagno. Comunque
la detenzione, trasformata in provvisorio lavoro forzato per umili servizi
di pulizia, prosegue e lunica speranza (un tentativo di fuga risulta
vano) risiede nella persona che è stata designata come suo carceriere.
Félix le rende a poco poco meno intollerabile lesistenza sul
piano materiale e la ragazza infine gli cede. Il rapporto fra i due consente
persino una breve uscita dal garage, unescursione nella
città normale, che continua a pulsare tra indifferenza,
rassegnazione e terrore. Maria scampa alle periodiche eliminazioni dei detenuti
non più utili, cui viene fatto credere che verranno legalizzati,
cioè trasferiti in carceri regolari, e che invece, in stato di incoscienza
dopo opportuna vaccinazione saranno fatti precipitare da un aereo
nel Rio della Plata o nellOceano. Ma un giorno una pulizia
straordinaria seguita alla morte per attentato dinamitardo del capo dei torturatori
finisce con il coinvolgere anche lei. Félix, colpevole di averle concesso
quella breve libera uscita, subirà probabilmente, da parte
del nuovo capo, le peggiori conseguenze. Che hanno già toccato Diane,
dapprima costretta con la promessa di poter riavere o almeno rivedere
la figlia a cedere gratuitamente la casa a uno dei torturatori e poi
da questi ignobilmente soppressa. Il film non punta alla ricostruzione
storica, ma allattualizzazione della violenza dello Stato contro i cittadini,
violenza che alla fine del secolo continua a devastare il mondo. Ho voluto
raccontare la storia dei desaparecidos di ventanni fa come se avvenisse
oggi in qualche parte del mondo. Ma non avrei mai potuto fare un film di fiction
senza una rigorosa aderenza alla verità storica. Ho voluto sul set
sopravvissuti, madri e figli di desaparecidos. Queste persone avevano da dirmi
molte cose. Volevo che ci fosse, in ogni scena, un cavo a terra per collegare
quello che stavamo facendo su un set di polistirolo con lesperienza
diretta. Se un attore si trovava di fronte a una scena già vissuta
da un ex desaparecido che gli stava di fronte, necessariamente si doveva calare
in una situazione che non era quella cui era abituato per professione. In
alcune scene lattore ha saputo di avere indosso vestiti che erano appartenuti
a desaparecido. Lattore, in quel momento, ha sentito su di sé
non il vestito di scena ma una grande responsabilità.
Un documentario su un campo di concentramento in funzione non è mai
stato fatto, per intuibili motivi non è possibile farlo. Il tentativo
è stato quello di documentare il mio rapporto con quell'esperienza
e quindi ridare immagini documentali a delle vicende che non ne hanno nemmeno
una. I desaparecidos di allora e di oggi non hanno immagini. La domanda che
mi sono posto è: quali immagini? Qualunque immagine va bene? Evidentemente,
no. E questo problema è stato una ossessione ad ogni inquadratura.
Secondo me l'immagine ha una sua etica. Cosa significa? Che un'intenzione
può essere tradita dall' immagine che si usa perché l'immagine
ha dei codici propri che non sono quelli della scrittura. Allora quali immagini
per descrivere un campo di concentramento?
Paradossalmente la ricostruzione di un campo di concentramento con elementi
completamente inventati (i muri, gli oggetti, i personaggi, la trama) mi ha
dato la possibilità di fare un lavoro documentario. Avevo la materia
grezza (il set, gli attori), avevo il vissuto degli ex-desaparecidos e ho
plasmato delle immagini che ho tentato di rendere il più possibile
documentarie.
Nei sotterranei, la macchina da presa è sempre in spalla, la luce è
quella della lampadina che si vede nell'inquadratura. Non c'è stata
alcuna luce aggiunta. Fuori, nella superficie, la città è stata
invece raccontata come fiction, con luce artificiale, carrelli, che in questo
dispositivo funzionavano come fiction uguale finzione: gli abitanti vivevano
nella finzione, sotto c'era la realtà.
Ho girato in modo sequenziale: dalla prima scena allultima. Questo mi
ha permesso di modificare durante il cammino la sceneggiatura in funzione
di quello che rielaboravo sul set. In questo senso è il documento del
mio rapporto con il set. Gli attori non hanno letto mai la sceneggiatura intera,
ricevevano giorno per giorno le scene da girare. Mi sembrava più interessante
che gli attori si concentrassero sul qui e ora, su chi erano. Non volevo che
pensassero a nientaltro che alla scena che stavano girando in quellistante
e volevo che conoscessero solo quello che era avvenuto prima, come nella vita.
Se la domanda è: la violenza si può rappresentare? La risposta
è: la violenza non si può rappresentare perché è
soggettiva. Non c'è alcuna oggettività nella violenza. Quindi:
come fare con un mezzo come il cinema a raccontare qualcosa di così
intimo? Una donna sopravvissuta a un lungo periodo di detenzione e di tortura
disse un giorno a qualcuno che le chiedeva cosa le avevano fatto: "Di
certe cose parlo solo con le mie piante". Questa risposta mi ha accompagnato
sempre, dalla scrittura al montaggio. Allora: come rappresentare la violenza?
Solo raccontando la meccanica dellintenzione violenta, come si costruisce
un meccanismo violento, la burocrazia che lo rende reiterato, la spersonalizzazione
che rende la violenza cieca, lacquisizione di nuove tecnologie che la
rendono sempre più mimetica, sia perché si isola, sia perché
si mimetizza, si camuffa. (M. Bechis, 1999)