MILANO
13 Febbraio 2002
Casa della Cultura
In occasione dell'uscita nelle sale cinematografiche HIJOS / FIGLI
incontro dibattito con:
Concita De Gregorio, giornalista de "La Repubblica";
Livia Pomodoro, presidente del Tribunale per i minori
Silvia Vegetti Finzi, docente di Psicologia Dinamica all'Università
di Pavia.
Trascrizione
dell'intervento di:
SILVIA VEGETTI FINZI: Oscurità dell'origine ed etica della verità
E'
con un certa reticenza che mi accingo a prendere la parola dopo l'appassionata
testimonianza di Concita De Gregorio.
Il mio discorso prevede che chi lo ascolta abbia già visto il film o
per lo meno ne conosca la trama. Indubbiamente questo è un film essenzialmente
politico e, come tale, trova nella politica la sua più autentica vocazione.
Non solo è politico il suo oggetto ( Hijos, Figli, si riferisce infatti
ai bambini sottratti appena nati o nei primi anni di vita ai genitori uccisi
e dispersi ad opera dei militari che hanno sottoposto l'Argentina a una dittatura
terroristica dal 1976 al 1983) , ma politico è lo stile scabro dell'essenziale
della sua narrazione. " Figli" intende far pensare e si pensa meglio
quando gli occhi sono asciutti e le emozioni sotto controllo. Con questo non
mi illudo sia possibile un discorso oggettivo, una verità che non sia
acquisizione personale.
Ognuno di noi, quando legge il mondo, indossa delle lenti, lenti a contatto
che non si può togliere perchè fanno tutt'uno con la sua soggettività.
Le mie sono principalmente, seppure non esclusivamente, quelle femministe e
psicoanalitiche.
So che Bechis ha affermato, in un'intervista: " Non mi interessa la psicologia
nei film, non mi interessa l'approccio esplicativo di ogni minima reazione umana"
e ancora: " L'identità per me è un fatto politico. Non un
problema psicoanalitico".
Credo che Bechis alludesse al suo lavoro ( può confermarcelo o smentirlo
egli stesso). Non a successive possibili fruizioni.
D'altra parte mi conforta una sua affermazione di grande spessore psicoanalitico:
"penso vi sia una percezione inconscia delle cose"
E' quanto basta per aprire le porte della psicoanalisi.
Un sapere che deriva dalla cultura ebraica dal suo senso , profondo come un
pozzo, del tempo e della storia. Ma avevo premesso l'ottica femminista e non
vorrei scordarla.
Questo è un film, sempre dal mio punto di vista, sul rapporto che connette
l'identità alla verità e la verità alla storia.
Ne è protagonista una giovane donna , Rosa, l'unica che meriti sulla
scena l'uso del colore. Tutto il resto lo ricordo in bianco e nero. Il cappottino
di Rosa è invece rosso, come la passione.
E la sua è la passione psicoanalitica per eccellenza: quella della verità.
Rosa, che si batte per recuperare il fratello Javier alla famiglia, alla società,
alla storia del suo Paese è per certi versi accostabile ad Antigone,
l'eroina dell'omonimo dramma sofocleo.
Antigone ribelle, Antigone dolente, Antigone eroica, Antigone martire, Antigone
figlia , ma soprattutto sorella, che si oppone alle leggi della città
in nome dei diritti sacri della famiglia e del sangue.
Antigone , figlia di Edipo , è segnata dalla sua stessa tragica genealogia.
La richiesta ch'ella rivolge a Creonte, reggente della città, di seppellire
il fratello benchè nemico della patria, riprende da un altro punto di
vista la domanda che Edipo rivolge all'oracolo di Delphi "che sono io?"
L' oracolo gli aveva risposto rinviandolo al rapporto con i suoi genitori, Laio
e Giocasta, genitori naturali contrapposti a quelli adottivi. L'identità
di Edipo è quella di figlio, l'identità di Antigone è quella
di sorella. La relatività delle posizioni conferma l'insufficienza di
ogni autofondazione e la necessità di definire sè attraverso l'esposizione
all'altro. Solo dalla dilettica del riconoscimento deriva la possibilità
di sentirci soggetti della nostra vita, responsabili dei nostri desideri.
Edipo, che ricerca l'identità attraverso un'incalzante inchiesta indiziaria,
si comporta come il detective di se stesso. Ma può ricevere la verità
solo da Tiresia , che detiene la memoria storica del passato.
Al termine della ricomposizione autobiografica di Edipo re, quando è
emersa la verità dei fatti e degli affetti , Tebe guarisce dalla peste
che l'affliggeva.
Non vi è infatti distinzione alcuna tra la verità individuale
e quella collettiva, tra la salute del cittadino e la salvezza della polis.
Solo quando Edipo si è liberato dagli angosciosi fantasmi di amore e
di morte che lo legavano al passato , può abbandonare Tebe e giungere
ad Atene, la città politica per eccellenza, di cui , dopo la sepoltura
, verrà consacrato protettore.
Le due tragedie di Sofocle, l'Edipo re e l'Edipo a Colono, ci insegnano che
la dimensione politica, intesa nel senso alto della parola, non è immediata
ma richiede di attraversare e superare le passioni familiari , le distorte configurazioni
dell'immaginario , le eventuali omissioni e menzogne su di sé e sugli
altri.
Ma anche quando Edipo ha fatto chiarezza sulla sua genealogia, rimane perturbato
il rapporto con i figli, colpiti da una maledizione antica che impedisce loro
il buon uso del potere. I due figli di Edipo si uccidono a vicenda, in una spirale
di ingiustizia e di violenza. Cattivi governanti rimangono tuttavia , per Antigone,
suoi fratelli e come tali meritevoli di adeguata sepoltura.
Dalla sua posizione di sorella, Antigone si batte perchè anche Polinice
, che ha combattuto contro la città, sia sepolto all'interna delle mura
, ribadendo così la logica del sangue e del clan familiare che Edipo
sembrava aver superato. Evidentemente non una volta per tutte, tanto che spazio
privato e spazio pubblico entrano ora in un conflitto mortale che troverà
in Antigone la protagonista e la vittima sacrificale.
Intorno al dramma di Antigone si confrontano le leggi non scritte: le norme
della morale naturale contro gli editti dello stato, i diritti dell'individuo
contro quelli della società, quanto si deve ai vivi e quanto si deve
ai morti.
Nella storia della cultura occidentale l' antitesi, che Sofocle presenta come
irrisolvibile, è stata affrontata da molti altri punti di vista, ricevendo
una differente trattazione a seconda dei periodi storici e dei contesti culturali
in cui accade la riflessione. Basta pensare ad autori quali Hegel, Hölderlin,
Heidegger, Anouilh, Brecht e , più recentemente, Rossana Rossanda.
Ora l'intera vicenda del recupero dei ragazzi "apropriados" avrebbe
potuto essere legittimata come rivalsa dei diritti del sangue contro i legami
puramente istuzionali, della famiglia contro lo stato, del singolo contro la
collettività.
Per fortuna non è mai stato così. Il movimento politico , che
ha elaborato e difeso la denuncia della sottrazione e la pratica della restituzione
, non ha mai ceduto alla reazionaria ideologia della consanguineità,
la stessa che ha insanguinato l'Europa negli anni trenta in nome della purezza
della razza ariana.
La dittatura argentina si differenzia in questo dal nazifascismo e dai fondamentalismi
etnici e religiosi che hanno recentemente insanguinato l'ex Jugoslavia in quanto
i suoi nemici non erano tali per nascita ma per ideologia.
Trentamila giovani sono stati uccisi, dispersi e cancellati dai documenti pubblici
in quanto considerati esponenti di ideologie atee e marxiste, pericolose per
la solidità della nazione e la sicurezza della famiglia.
Di contro i loro figli hanno potuto essere rapiti e illegalmente considerati
come propri in quanto ritenuti esseri di natura, tabulae rasae su cui si poteva
successivamente incidere una nuova più adeguata ideologia.
Quando nel 1977 le Abuelas de Plaza de Mayo , le nonne, iniziarono la loro ricerca,
i nipoti scomparsi erano ancora bambini e si decise pertanto di restituirli
alle famiglie d'origine con un decreto legale che sanasse l'illegalità
che aveva precedentemente sancito la loro adozione.
Dal punto di vista etico, restituire i bambini rubati alle famiglie d'origine
è un'opera di giustizia, non perchè queste siano naturalmente
meglio di quelle adottive. Ma perchè la loro seconda famiglia si fonda
sulla violenza, sull'inganno, sulla menzogna ed è pertanto una "falsa
famiglia", destinata a perpetuare una cultura di morte in cui nessun bambino
può crescere bene. E, come sostiene la psicoanalista francese Françoise
Dolto, i bambini hanno diritto di diventare adulti, non di essere felici. Se
lo sono tanto meglio, ma spetta alla società garantire la loro maturità
, non la loro felicità.
Dunque Rosa, la giovane e bella protagonista del film, lotta come Antigone per
recuperare il fratello, ma le due eroine non seguono la medesima morale.
La giovane argentina non agisce in nome della natura contro la cultura ma perchè
prevalga una cultura buona , fondata sulla verità e sulla la giustizia.
Rosa è come Antigone soltanto se accettiamo l'intepretazione di Magris,
secondo la quale la pietas dell'eroina sofoclea "si estende dai fratelli
di sangue a tutti gli uomini sentiti come fratelli, superando così ogni
ethos tribale-nazionale".
Tuttavia l' universalità dell' utopia non può nascondere la consapevolezza
che le domande poste dall'antico poeta permangono nel tempo, cariche di soluzioni
possibili ma prive di risposte definitive ed esamplari. La restituzione dei
bambini adottati ha richiesto infatti che fossero sottratti a famiglie nelle
quali erano ormai inseriti e che si producessero pertanto nuove, laceranti ferite
in vista di una ricomposizione futura.
Tutto questo acquista un senso positivo all'interno di una comunità che
ha compiuto o sta compiendo un profondo lavoro di elaborazione del passato e
che guarda con speranza al futuro. Gli attori della tragedia, benchè
dissimmetrici in ordine ai valori della giustizia - da una parte i carnefici
dall'altra le vittime- non possono essere lasciati soli ad attendere la catarsi
delle loro passioni. Nella tragedia classica spetta al coro, rappresentante
della società, realizzare la pacificazione delle parti dopo aver chiarito
le colpe e le ragioni , dopo aver stabilito la pena per i malvagi e il risarcimento
per i giusti. Solo a quel punto la polis può concludere il passato e
aprire il futuro.
Ora il coro siamo noi , quella vicenda è anche la nostra e per mille
ragioni e passioni non possiamo non considerarci tutti "argentini".
Ma la verità non è un dato di fatto di cui si possa semplicemente
prendere atto: la verità è una costruzione.
Rosa rappresenta il bisogno di giustizia della famiglia d'origine, delle nonne;
l'ostetrica , raggiunta a Barcellona, attesta il vissuto dell'evento originario,
la nascita e il distacco dei due fratellini; la genetista mette in scena la
verità impersonale del codice genetico; i genitori adottivi sostengono
disperatamente la logica dell'attaccamento e del possesso, il figlio difende
la sua identità pregressa. Ma soltanto una lenta e sofferta elaborazione
psichica della complessità , dell'ambiguità e delle contraddizioni
della storia porterà alla luce la verità psichica del dramma ,
che non necessariamente coincide con quella fattuale.
Quando da Buenos Aires giunge a Milano , Rosa porta con se una sicurezza ( che
Javier sia suo fratello) destinata a infrangersi contro l'evidenza della verità
biologica, una verità cifrata, fredda e anonima come l'Istututo nel quale
si effetua la prova , come la dottoressa che restituisce burocraticamente la
diagnosi, inconsapevole delle conseguenze destinali dei suoi atti.
Ma la verità non sta mai nella cosa, nel "reale" direbbe Lacan,
ma nella realtà, vale a dire nell'intersezione tra l'immaginario, il
simbolico e il reale, nelle loro reciproche relazioni, nella storia.
Di fatto il significato delle formule genetiche non si limita ad una tabella
di corrispondenze tra le due catene del DNA. Il significato si estende agli
effetti che produce e gli effetti sono tali da stabilire comunque un rapporto
fraterno, a dispetto dell'estraneità genetica.
Le ragioni impugnate da Rosa per costringere Javier a seguirla, lasciando la
famiglia in cui vive, non reggono la prova dei fatti.
Ma quella dei sentimenti sì. D'altra parte i corpi vivi, quelli animati
dal desiderio già lo sapevano e avevano rintracciato nella reciproca
esplorazione delle superfici cutanee tante piccole stigmate della loro fratellanza.
Una scrittura degli affetti che nessun test potrà mai certificare ma
che lega due "estranei" a un comune destino.
La verità risiede nella colpa dei falsi genitori adottivi, complici nella
tortura, nel delitto, all'empietà, nel furto di bambini, nel genocidio,
nell'inganno.
Evidentemente marito e moglie non sono parimenti coinvolti in questi delitti
ma il film non fa distinzione tra i due, lasciando giustamente intendere che
la complicità ha le medesime responsabilità dell'azione quando
sono in gioco i diritti fondamentali dell'umanità. Mentre la madre, più
simpatica nella sua dolente affettività, rimane salda nell'affermazione
dei suoi presunti diritti, è invece il padre, presentato come un duro
tiranno domestico, a tentare una seppur goffa difesa:
" non credere sia stato facile neppure per noi".
Una frase che rimanda a un'entità collettiva, a un soggetto sociale ,
che andrebbe ulteriormente indagato per comprendere, al di là del suo
manifesto agire criminale, le motivazioni profonde che lo hanno indotto ad uccidere
i padri e salvare i figli, iscrivendoli addirittura nella propria genealogia,
vale a dire nella propria identità storica.
Che cosa s'intendeva recuperare attraverso l'adozione dei figli del nemico?
Di quale "bene" volevano impadronirsi coloro che esercitavano una
così crudele tirannide?
Queste domande impegnano, non solo il presente, ma anche il passato, a decorrere
dalla convinzione di Platone ( La Repubblica) che per ottenere una giusta amministrazione
del potere occorre iniziare dal condizionamento educativo dei bambini.
Ma, ritornando al racconto del film, vediamo che Javier tenta disperatamente
di dimenticare l'incontro fatale con Rosa, ma non può farlo perchè,
come sostiene Bion, di menzogna si muore. E Javier è giovane e vuole
vivere, anche se la sua vita equivarrà alla morte simbolica dei suoi
attuali genitori.
Rosa, smentita sul piano della naturalità che involontariamente rappresenta,
ritorna in patria apparentemente sconfitta, ignora di aver gettato un seme che
crescerà nel presunto fratello in sua assenza, in mancanza di quel legame
di sangue in cui aveva tanto sperato. Quando crede di aver tutto perduto , tutto
comincia perchè alla ricerca esterna subentra quella interiore.
In un certo senso la sua missione andrà a buon fine proprio in quanto
fallita.
Rosa è efficace , non per quello che sa o crede di sapere , ma perchè
incarna la verità che è sempre e solo passione della verità.
E' la ricerca che produce agnizione anche se manca il sigillo della certificazione.
Se fossero stati davvero fratelli , la verità sarebbe stata scritta nei
corpi e la mente ne avrebbe semplicemente preso atto.
Invece, senza supporto materiale, la verità stessa prende corpo e produce
i suoi effetti. Effetti politici, che portano Javier ad andarsene evitando uno
sterile corpo a corpo con il padre e la madre , carnefici, rapitori e ingannatori
ma pur sempre parte di sè, della sua vita, della sua storia.
Una storia personale che si può narrare solo all'interno di una storia
collettiva. Javier trova la catarsi del suo dramma non nella rimozione dei traumi
o nella loro coatta ripetizione, ma inaugurando una nuova ,più adeguata
narrazione di sè come fratello acquisito, come cittadino, come contestatore
di ogni ingiustizia e prevaricazione. Il rullo dei tamburi che accompagna la
manifestazione , alla quale i due protagonisti partecipano affiancati, riannoda
la fine con l'inizio del film, la musica conclusiva con quella d'apertura, quasi
a significare che la dimensione politica ha sempre costituito lo sfondo della
narrazione.
Javier, teso, imbronciato, rivela di non aver superato d' un balzo tutti i suoi
problemi. L'happy end non consiste nella felicità individuale e nell'armonia
collettiva. Ma nella tensione combattiva per il ristabilimento di una società
giusta.
A questo punto non è tanto importante ciò che è accaduto
a Javier come individuo - la violenza , la delusione, la solitudine, il dolore
che ha sofferto - ma che quanto ha patito possa non accadere mai più.
E tutto questo è avvenuto grazie a Rosa, al cappottino rosso che da solo
ha attraversato l'oscuro bosco del mondo , affrontando i lupi che lo infestano
sino a giungere alla casa della nonna, là da dove era partita.
Ma , alla fine del giro del mondo, Rosa non è più sola perchè
intorno a lei e al "fratello" ritrovato si sta riorganizzando una
nuova generazione di argentini, frutto non dell'eugenetica politica ma della
lotta per la verità e la giustizia.
Identità e veritàL'altra lente, come dicevo, è quella psicoanalitica.
Essa permette di leggere la storia del film anche come un percorso d'identità.
Rosa e Javier possono essere considerati le due parti di una stessa persona,
di un soggetto in cerca della sua definizione.
Il protagonista è un adolescente che, come tutti gli adolescenti, è
uscito dalla dimensione dell'infanzia, ha abbandonato il corpo infantile e la
protezione che garantiscono gli adulti e ora non sa più chi è,
che cosa vuole fare, dove vuole andare.
La sua passione per il paracadutismo estremo simbolizza tante cose: la voglia
di libertà, la passione per il rischio, la pulsione di vedere, rappresentata
dalla cinepresa montata sul casco con la quale registra il mondo che gli si
stende davanti nel corso della caduta libera. Ma anche una pulsione di morte
quando la paura di lanciarsi lo paralizza , rendendolo incapace di agire. Vi
è, nel blocco di Javier, una precognizione dei delitti commessi dai militari
, tra cui il padre, : la soppressione violenta di un'intera generazione di argentini
e, probabilmente, dei suoi stessi genitori. ( Ricordo che i prigionieri politici
venivano torturati, narcotizzati, e gettati in mare dagli aerei in volo).
Il ragazzo, con la tipica onnipotenza dell'adolescenza, crede di sorvolare il
mondo come un'aquila, dominandolo dall'alto , ma una memoria arcana gli dice
che egli è, nonostante ogni sfoggio di potere, una vittima.
Questa precognizione mette in scena una delle convinzioni più problematizzate
della nostra cultura, quella che riguarda l'estensione dei ricordi.
Gli psicoanalisti argentini che hanno affiancato con la loro competenza le "Nonne
della Piazza di Maggio" nel recupero dei loro nipoti, parlano di un'identificazione
pre-primaria, una memoria che collegherebbe i figli ai genitori attraverso la
trasmissione di precocissime esperienze pre o neonatali.
La prova di questa identità precognitiva risiederebbe nella facilità
con cui i ragazzi recuperati rientrano nella loro famiglia, riconoscono le radici
della loro genealogia, occupano il posto che compete loro nella società.
Javier , come bambino sottratto alla madre, ha indubbiamento subito un trauma
limite. Ora questo trauma sofferto passivamente e poi rimosso ritorna sotto
forma di coazione a ripetere.
Il ragazzo , come molti altri figli di desaparecidos, ha vissuto quasi contemporaneamente
un'esperienza di nascita e di morte. Non ha però potuto, per il taglio
che è stato inferto alla continuità della sua storia, darle forma
di pensiero e la lacerazione è rimasta pertanto incistata tra corpo e
anima , come una sorgente sconosciuta di impulsi.
Ora, dopo molti anni, l'impulsività dell'adolescenza lo porta a vivere
attivamente quella stessa angoscia che un tempo ha subito passivamente.
Il paracadutismo estremo è l'unico modo a sua disposizione per mettere
in scena una verità individuale e collettiva che non sa.
Ma, come ben dice Bechis, "vi è una percezione inconscia delle cose".
In un certo senso tutti i ragazzini elaborano un romanzo familiare, si allontanano
affettivamente dai loro genitori disconoscendoli nella fantasia, contrapponendo
alla loro squallida normalità la meravigliosa alternativa di figure idealizzate.
Ma per alcuni il romanzo familiare è dolorosamente reale.
In genere i figli adottivi non conoscono la loro origine e questo vuoto richiede
una faticosa elaborazione affinchè l'identità non ne risulti ferita.
Sappiamo infatti che ogni cancellazione della nostra storia produce una macchia
opaca sulla nostra identità.
Ma di solito l'ignoranza del bambino adottivo non è coperta dalla falsità
: egli sa e non sa esattamente quello che sanno o non sanno i suoi genitori.
Qui invece l'ignoranza è negata dalla violenza della menzogna e nessuno
può rimanere insensibile di fronte a silenzi pesanti , a risposte reticenti
o contradditorie quando si tratta della sua origine.
Chi decide di dire la verità sa di infrangere comunque un equilibrio,
di interrompere una narrazione, di portare l'infelicità là dove
sembrava magari regnare l'armonia.
Ma, come la scenografia del film suggerisce attraverso le algide immagini della
casa sul lago , la famiglia basata sull'inganno è una famiglia raggelata.
Certo quando cadono le identificazioni precedenti, quando vengono meno i più
convalidati punti di riferimento, siamo di fronte a una catastrofe della mente.
Ma è proprio dal punto zero dello svelamento che può cominciare
a sorgere la nuova identità e con essa nuovi, più corretti legami.
Poichè i bambini di un tempo sono ormai giovani uomini e donne non è
necessario obbligarli a rientrare nella famiglia d'origine. L'importante è
ristabilire la verità e la legalità. Saranno poi loro a decidere
lo svolgimento della loro vita.
Tuttavia il rientro in famiglia di ragazzi appena adolescenti ha costretto gli
psicoanalisti impegnati nell'opera di restituzione a riflessioni di grande portata
teorica e clinica, nonchè a mettere a punto modalità di intervento
sulle quali vale la pena di riflettere.
Riportare a casa figli che non hanno mai conosciuto o si sono dimenticati la
loro appartenenza ha richiesto alcuni difficili passaggi.
Ce li raccontano Elisabeth e Marcello Bianchedi in " Un tipo particolare
di frammentazione familiare", a cura di A.Nunziante Cesaro e F.Ferraro
: La doppia famiglia. Discontinuità affettive e rotture traumatiche,
F.Angeli, Milano1992, pp. 329-356.
Innanzitutto si impone il compito di costruire di un gruppo familiare capace
di riprendere dentro di sè il figlio perduto con un senso profondo di
ospitalità e di accoglienza.
Per far questo è necessario che la famiglia estesa abbia elaborato il
lutto della morte violenta dei suoi membri e, per quanto possibile, superato
l'odio e la vendetta. Si deve creare un "microclima" affinchè
il lutto congelato possa essere affrontato e superato da tutti coloro che accoglieranno
l'ospite tanto atteso.
Nel film si dice che è impossibile amare chi non si conosce ma è
analogamente difficile piangere chi non si è mai conosciuto.
Questi ragazzi dovranno recuperare, attraverso il ricordo degli altri, la ricognizione
delle fotografie, l'archeologia degli oggetti familiari le figure cancellate
dei loro genitori.
Per le nonne si tratta di affrontare un compito particolarmente arduo in quanto
saranno indotte a considerare il bambino ritrovato al tempo stesso come figlio
e come nipote, ad accupare le due caselle vuote in un colpo solo.
Per questo è importantissima la figura del giudice e necessario il suo
intervento per compiere nel migliore dei modi "l'atto di restituzione".
Il giudice testimonia, agli occhi del ragazzo e dell'intera comunità,
la verità, la storia e la giustizia. Le sue parole non si rivologono
soltanto alla famiglia che si sta ricomponendo ma si ampliano a considerare,
seppur brevemente, l'intera vicenda politica che ha lacerato il Paese. E' infatti
importante iscrivere la storia individuale in quella collettiva e attingere
dalle sofferenze condivise senso e valore.
Che cosa è accaduto ai ragazzi dopo la loro restituzione?
Non tutti hanno reagito allo stesso modo ma si può asserire, secondo
gli psicoanalisti che li hanno assistiti, che i ragazzi hanno liberato nuove
energie, sono stati più capaci di comunicare emozioni e sentimenti, più
liberi di pensare, più efficaci nel decidere, come se avessero recuperato
energie segragate dal sospetto e dalla paura, paura di indagare, paura di sapere.
I costi emotivi di questa vicenda in termini di rabbia e di dolore, non riusciremo
mai a quantificarli, ma la verità è una linfa vitale non barattabile
con la tranquillità.
Si apre ora a questi giovani, così dolorosamente recuperati ( 8O su 500)
la possibilità di rispondere all'esortazione di Nietzsche: "divieni
ciò che sei", di prendere una decisione sulla narrazione della propria
vita.
Javier avrà comunque una biografia spezzata ma il senso di continuità
può trarlo dal collettivo politico di cui, secondo le ultime immagini
del film, è entrato a far parte.
Lottando per la verità degli altri ( il bambino che dall'abitazione dell'ex
militare lo sta guardando) Javier combatte per se stesso, per cicatrizzare le
sue ferite, per curare il passato col futuro. Per un paradosso della psiche,
il bene ottenuto per gli altri si riverbera in bene proprio, in risarcimento
del danno e pacificazione del conflitto.
D'altra parte il terrorismo della sparizione ( di cui l'Argentina è stato
il laboratorio sperimentale) non devasta soltanto i legami affettivi interni
e i rapporti familiari, ma anche la trasmissione generazionale e l'intero tessuto
sociale.
Sappiamo invece, dal lavoro clinico, che la costruzione dell'identità
coinvolge più generazioni e che le conseguenze di traumi inelaborati
possono riemergere a distanza di molti anni, quando i nostri predecessori sono
ormai scomparsi da tempo.
Conquistare la verità per recuperare la propria identità è
pertanto un problema che va al di là del ritorno alla famiglia d'origine
dei bambini scomparsi.
E' in gioco il tasso crescente di anonimia delle nostre società.
Penso ai grandi flussi migratori da un continente all'altro, nonchè alle
tecniche di fecondazione artificiale che rendono sempre più labile il
legame corporeo tra genitori e figli ( su questo argomento rinvio a: S.Vegetti
Finzi, "Oscurità dell'origine ed etica della verità "
in: Volere un figlio. La maternità tra natura e scienza, Mondadori, Milano
1997, p. 234-248
Ma il futuro non esiste senza il passato e, se vogliamo avere un domani, dobbiamo
illuminare il tempo a venire con la luce della storia.
Sarte, nel saggio su Flaubert, L'idiota di famiglia, ci offre in proposito una
definizione costruttiva , che trovo particolarmente utile per chi ha subito
la negatività della violenza: "la libertà consiste nel divenire
capaci di fare qualcosa ( di positivo) di ciò che è stato fatto
di noi."