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"Trentamila ragazzi in meno" di Marco Bechis / da IL DIARIO DELLA SETTIMANA luglio 1996
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22,25 del 19 aprile 1977, uscendo dalla scuola serale Mariano Acosta a
Buenos Aires, sono stato sequestrato da quattro militari in borghese.
Mi hanno bendato, mi hanno trascinato dentro una macchina beige e trasportato
in un luogo chiamato "Club Atletico". Entrando ho sentito il rumore della
saracinesca che si apriva e si abbassava. Spogliandomi mi hanno preso
il passaporto italiano che portavo in tasca. Mi hanno applicato una catena
intorno alle caviglie con due lucchetti numerati 190 e 191, numeri che
dovevo ricordare. La catena impediva passi più lunghi di cinquanta
centimetri. Se si considerano progressivi i numeri dei lucchetti, nei
sotterranei del Club Atletico c'erano in quel momento 95 persone. Hanno
battuto a macchina una scheda con i miei dati: Marco Bechis / 24 ottobre
1955 / anche chiamato dai suoi compagni "Tano" (contrazione
di "italiano") / maestro elementare/ ... Mi è stato assegnato
un numero in codice, AO1. Bendato ma senza più vestiti, sono stato
portato giù nei sotterranei, scendendo da una scala a chiocciola.
Qualcuno che giocava a ping-pong mi ha detto: "Qui puoi urlare quanto
vuoi, tanto non ti ascolta nessuno. Qui sei nell'Esercito Argentino!".
Hanno aperto i lucchetti alle caviglie e mi hanno legato piedi e mani
ai quattro angoli di un tavolo di metallo. Una nuova voce, più
autorevole delle altre, ha acceso la "picana" (un pungolo elettrico a
voltaggio regolabile che emette un ronzio unico) ed ha iniziato l'interrogatorio.
Erano mesi che mi ero allontanato dall'attività politica attiva.
Quella decisione fu la mia fortuna perchè, senza più contatti
con i miei compagni, su quel tavolo mi sentivo forte almeno in un punto:
ero certo che non avrei potuto denunciare nessuno, anche se la corrente
elettrica mi avesse scosso il cervello. Volevano da me nomi, appuntamenti,
indirizzi e quando si sono convinti che non avevo informazioni utili da
dare mi hanno slegato e rinchiuso nella cella n.16. Avevo libere le mani
ma la benda stava sempre al suo posto, essere sorpreso senza benda significava
la morte immediata. Ricordo perfettamente tutte le loro voci. Poco cibo,
quanto bastava per non morire di fame. In attesa degli altri interrogatori,
sono passati 15 giorni. Attraverso i muri ho ascoltato molte altre voci
di prigionieri che non sono mai più ricomparsi. I miei genitori
che abitavano in Italia sono arrivati in Argentina due giorni dopo la
mia scomparsa. Dopo aver chiesto invano mie notizie presso le autorità
militari, sono riusciti ad entrare in contatto con il generale Guillermo
Suarez Mason, Capo del Corpo 1 dell'Esercito che controllava la città
di Buenos Aires. Suarez Mason, di fronte al mio caso, disse testualmente:
"tra trenatasei ore vi dico se è possibile fare qualcosa o
se ve lo dovete dimenticare". Dopo questo contatto fortunato tra
i miei genitori e il generale ci sono stati altri due interrogatori elettrici
durante i quali volevano capire esattamente quale era il mio grado di
coinvolgimento nell'organizzazione che si opponeva al regime. Quarantotto
ore dopo il primo contatto, la risposta del generale fu: "Si può
fare qualcosa". Mi hanno fatto risalire la scala a chiocciola, hanno
controllato che non ci fossero segni sul mio corpo e mi hanno fatto rivestire
con una camicia nera e un paio di pantaloni neri. Due sequestratori mi
hanno fatto attraversare in macchina la città, sdraiato tra il
sedile posteriore e lo schienale di quello anteriore. Non dovevo sapere
dov'ero stato. Durante il viaggio hanno discusso delle prodezze del Penarol,
la squadra di calcio di Montevideo. Finalmente mi hanno depositato nella
sala d'accesso di villa Devoto, il carcere della città. Qualcuno
mi tolse la benda: era un secondino del carcere. Mentre mi prendeva le
impronte digitali e scattava le fotografie di fronte e di profilo col
numero sul petto, io fischiettavo. Ero di nuovo tra i vivi. Per la burocrazia
del carcere ero stato arrestato solo qualche ora prima. Quindici giorni
o un anno di sequestro non faceva differenza. Entravo in carcere senza
alcuna imputazione, perchè una decreto legge lo consentiva: qualunque
sospettato poteva essere arrestato preventivamente senza bisogno di alcun
capo d'imputazione. Dopo qualche giorno, nella cella collettiva da sei
di villa Devoto è arrivato un ragazzo di vent'anni appena uscito
da un altro campo di concentramento, l' "Olimpo". Il ragazzo era magro
magro magro, aveva quasi tutti i denti rotti, indossava dei pantaloni
cortissimi che gli arrivavano appena sotto le ginocchia. Per due settimane
non ha parlato mai con nessuno, se ne stava seduto sulla branda in silenzio
e se qualcuno gli si avvicinava, aveva una reazione istintiva di spavento.
Non dormiva mai. Durante l'ora d'aria camminava costantemente. E masticava
sempre qualcosa, ma non deglutiva, masticava per ore lo stesso boccone
di pane per riabituarsi a mangiare. Dopo un mese ho saputo il suo nome:
Carlos. E' stata la prima parola che gli ho sentito dire. Aveva passto
un anno nei sotterranei dell'Olimpo. Tra il 1976 e il 1982 nella città
di Buenos Aires hanno funzionato 365 campi di concentramento clandestini
come il "Club Altetico" e l'"Olimpo". 365 luoghi sotto
la città che ha ospitato un mondiale di calcio nel '78, tourné
di balletto moderno, l'Opera lirica. Nel 1977 alcuni giornalisti hanno
protestato vivamente riempendo colonne dei loro giornali perchè
alcuni film europei venivano proiettati con tagli di censura ma li stessi
non hanno scritto mai una riga su quello che stava avvenendo sotto i loro
piedi. E sapevano, loro sapevano. Buenos Aires, una città che in
quegli anni ha moltiplicato vertiginosamente gli affari con investimenti
che arrivavano da paesi di tutto il mondo, l'Italia tra i primi. Il 4
luglio 1977 sono stato espulso dallÕArgentina con un decreto legge, perchè
italiano. Due militari dellÕaeronautica mi hanno scortato fino all'aereo.
Abbiamo attraversato la pista dell'aereoporto fin sotto la scaletta di
un DC8 Alitalia dove un funzionario ha consegnato al comandante dell'aereo
il mio passaporto italiano che mi era stato tolto tre mesi prima, appena
entrato nel Club Atletico. I due livelli, quello dei sequestri illegali
e quello della detenzione comune erano collegati tra loro ed erano ben
coordinati. A Fiumicino una macchina dei carabinieri mi è venuta
a prendere sotto l'aereo. Ero stato espatriato, quindi per qulache oscuro
motivo la cosa richiedeva la loro presenza. Sul furgoncino che attraversava
la pista e che mi portatva direttamente ai voli nazionali, il carabiniere
che avevo di fianco mi ha detto: "laggiù sì che fanno
sul serio, mica come qui da noi". Il 23 settembre ero a Bologna,
al grande raduno del movimento del '77. Avevo bisogno di scrollarmi di
dosso la paura di uscire di casa. C'era tanta gente. Sono stati tre giorni
indimenticabili, con alcuni momenti duri di scontro e molti di confronto.
La democrazia mi sembrava un lusso. Seduto sui gradini di piazza Maggiore,
guardavo la gente pensando: "Ecco i più arrabiati, i più
vitali, i più coraggiosi, i più violenti, i più sensibili,
sono tutti quiÉÊIn Argentina ci sono 30.000 ragazzi del '77 in meno".
Giustizia in Argentina non c'è stata, i responsabili dello sterminio
circolano oggi liberamente per le strade, sequestratori, torturatori,
colonnelli, generali. Capita di incontrarli in un bar, in un ristorante,
in un cinema. Capita anche che qualcuno li riconosca e li insulti. In
genere il criminale accenna un sorriso beffardo e si risiede a tavola,
bene o male è soddisfatto di essere ancora qualcuno. Ecco che cos'è
l'impunità. Ho chiesto ad Angela Boitano, della Comissione di Familiari
di Scomparsi e prigionieri per ragioni politiche, madre di Michelangelo
e di Adriana, due miei compagni di scuola sequestrati e mai più
ritornati, perchè nessuno dei familiari dei trentamila desaparecidos
non si sia mai fatto giustizia da solo. Angela mi ha risposto, serena:
"la morte di un assassino non significa niente per me, io voglio
giustizia che è qualcosa di ben più importante". Sono
più di un centinaio gli italiani (con un passaporto in tasca) che
sono ancora desaparecidos. L'udienza preliminare contro i militari argentini
colpevoli della morte e della tortura di centinaia di italiani, è
l' 11 luglio 1997 a Roma. Uno degli imputati è l'ex generale Guillermo
Suarez Mason, colui che mi graziò nel lontano 1977. Ma rimane imputato
di 435 omicidi, una piccola punta dell'iceberg di quello che sono state
le sue vere responsabilità. In una recente intervista che Suarez
Mason ha concesso a casa sua a Buenos Aires, il giornalista del settimanale
Noticias, gli ha chiesto se non gli dava fastidio che la maggior parte
dell'opinione pubblica lo considerasse un criminale, e lui ha risposto:
"Non è che mi dia fastidio, o no...qualcuno lo doveva fare".
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