"Il
garage della tortura" di Irene Bignardi
La Repubblica
18 maggio 1999
CANNES - Durissimo, emozionante, rigoroso, Garage Olimpo di Marco Bechis batte,
in questo festival dove la nostra presenza è così scarsa, la doppia
bandiera, italiana e argentina (italiano il regista, italiana una parte della
produzione). E, pur molto diverso dal suo primo film, conferma un talento che
ha dovuto però aspettare sette anni (tanti ne sono trascorsi da quando
Bechis ha realizzato "Alambrado") per riuscire nuovamente ad esprimersi.
Bechis lo fa scegliendo una storia che ambienta negli anni della dittatura militare
in Argentina. La sua protagonista, Maria (la bravissima Antonella Costa) viene
arrestata da uno squadrone di torturatori, portata al Garage Olimpo, copertura
per una delle tante camere della tortura che costellavano allora Buenos Aires,
tenuta prigioniera, mentre fuori la sua vita viene fatta a pezzi. La bravura
di Bechis sta nel condurre questa storia di orrore troppo presto dimenticata
con straordinario pudore, senza mai concedersi un fotogramma di troppo o un
effetto facile, con l'aiuto di un copione di intelligente rigore e di una serie
di volti inediti, come Carlos Echevarria, che dà volto alla banalità
del male interpretando il torturatore attratto da Maria.
Se Bechis è una conferma, Un certain regard continua a essere soprattutto
una sezione dove si possono fare delle scoperte. Come il primo film di Emilie
Deleuze, Peau neuve, condotto con mano ferma e intelligenza da una giovane regista
che per debuttare nel lungometraggio sceglie - curiosamente - un punto di vista
maschile. Il protagonista della sua storia è un trentenne, padre di famiglia,
esperto di computer, che, stanco della solita vita, lascia la casa e la sicurezza
del lavoro per seguire un corso di manovratore di bulldozer in una località
sperduta, e che, nella lontananza dalla sua vita normale, intreccia con un'amicizia
destinata a trasformarlo, a cambiargli - come annuncia il titolo - la pelle,
a riconciliarlo.