Chichita
Calvino: un film per chi non capì l'orrore di
Concita De Gregorio
La
Repubblica 28gennaio 2000
Abbiamo
visto il film di Bechis sui desaparecidos insieme alla vedova, argentina, dello
scrittore
ROMA - Lei
era via, in quegli anni. A Parigi. Quasi una colpa, a dirlo adesso. "Gli argentini
non perdonano quelli di loro che se ne sono andati. E tu stesso, in fondo, in
un certo specialissimo senso, non ti puoi perdonare". Chichita Calvino esce
dalla casa grande e bianca nel cuore di Roma, dove suo marito la port˜ ragazza.
Ha un piccolo cappotto blu, il rossetto sulle labbra, gli occhi azzurri e mobili
che custodiscono storie mai raccontate. "Certe non si possono raccontare. E
poi chi sono io, per farlo? La "vedova Calvino", certo, anche. C'era altro prima,
c'è stato altro dopo. Vengo da un paese lontano, ho viaggiato, lavorato,
visto molto. Non amo le commemorazioni, non dispenso aneddoti. Ho avuto una
vita piena di cose, è vero: come tutti. Questa è la mia. Sono
un'argentina, direi solo a chi non sapesse. Andiamo al cinema". Andiamo a vedere
il film "Garage Olimpo", che racconta la storia del suo paese quando lei non
c' era. Lei era in Francia, e la Francia dov'era? Dov'era l'Europa quando i
militari facevano sparire migliaia di ragazzi torturati e bruciati e buttati
vivi dagli aerei nell' oceano? Dov'erano gli intellettuali, allora, signora
Calvino? "é un buco nero, questo, una grande macchia. Una distanza, una cecità
colpevole". Una colpa, l'assenza. "In tanti abbiamo provato a dire una parola,
tornavano tutte indietro come un'eco sorda". Come da un mondo separato e nascosto,
buio. Come nel film di Bechis, che è stato nei lager e ha i ricci bianchi
su una faccia da giovane. Il mondo sopra - i taxi e i campi da golf, le partite
di calcio - il mondo sotto - un inferno. Fa freddo dentro il cinema, anche il
film fa freddo. "Ecco, vede: le macchine senza targa degli "operativos". Le
chiamavano "las Torino", forse perchè le prime erano Fiat. La gente per
strada le vedeva passare, e sapeva". "Ecco, guardi cosa facevano i medici: stavano
lì per controllare che i torturati non morissero. E i preti: è
vera questa scena, collaboravano coi militari". Sta scappando, la ragazza. "No,
non è mai scappato nessuno da lì. Eppure vede? La porta di un
garage qualunque, un posto normale. Una scuola, una palestra, e fuori la gente
per strada. é atroce che un luogo di morte non abbia un segnale. Sa cosa mi
disse Italo, quando lo portai a Buenos Aires?". Quando ci andaste? "Nell'84,
c'era già Alfonsin. Per lui era la prima volta. Ci fermammo a lungo davanti
all'Esma, la scuola di meccanica dell'armata, il più atroce dei luoghi
di tortura. Italo parlava pochissimo, in generale. Era un uomo molto silenzioso.
Rimanemmo lì a lungo, poi mi disse: "Che strano, non c'è niente
nell' aria". Nessuna traccia. "E' tutto così apparentemente vitale. Tutto
così normale". Aveva ragione. L'orrore, a ben guardare, è consistito
principalmente in questo. Nella sua negazione". Nemmeno prima si sentiva niente?
"Nell'81 ci andai con Giovanna, nostra figlia. Volevo che conoscesse la mia
città. La gente camminava per strada ad occhi bassi, come con lo sguardo
rivolto dentro. C'era la calma dei cimiteri. La gente sapeva ed aveva paura".
Sapevano, signora Calvino, anche uomini come Borges, e non parlarono. "Borges...
lasci perdere. La politica non lo interessava, Viveva in un altro mondo, protetto
dalla sua cecità". Quando andavate a trovarlo le diceva: "Riconosco Italo
dal suo silenzio. Dove è seduto?". "Sì, era cieco a tutto ci˜
che non lo riguardasse. Un aristocratico. Poi accett˜ quell'invito di Pinochet.
Fu un'ingenuità, o chissà che altro". Per˜ sapevano, sapeva Bioy
Casares. "Bioy una volta venne a trovarci a Parigi. Mi raccont˜ di aver visto
inseguire un giovane per strada, e di aver visto sparare. Mi disse anche di
una borsa dentro cui si muoveva un corpo". E come commentava? "Non commentava.
Raccontava senza commentare. é difficile da capire, sa? é stata una gigantesca
omissione dell'orrore. Un'omissione quasi metafisica". Per˜ le morti erano vere,
ciascuno ne ha avuto esperienza. "Come no, un mio figlioccio fu rapito alle
due di notte, a Villa Devoto. Non è mai più tornato. Alcuni di
noi, da lontano, provarono a parlare. Una volta un militante montonero mi contatt˜,
a Parigi. Ci vedemmo in un caffè, di nascosto. Io lavoravo all'Unesco,
allora. Mi chiese di parlare con qualcuno perchè si discutesse di Argentina
nella commissione per i diritti dell'uomo. Andai a parlare con un politico italiano,
allora influente. Chiesi aiuto, mi rispose che la situazione era molto confusa,
e che l'Italia aveva importanti relazioni economiche con l'Argentina. "Non possiamo
diventare gli ultimi della fila, mia cara", mi disse. E d'altra parte, chiedo
io a lei: come mai la stampa ne parl˜ così tardi, e così poco?".
Un'altra sigaretta, Gauloise senza filtro. "Ecco. Sarebbe importante che i ragazzi
andassero a vedere questo film. Quando finisce il tempo della giustizia, pu˜
iniziare quello della verità. Per quelli che sono nati dopo, quelli non
hanno capito, quelli che erano via". Nel mondo di sopra, nei taxi e nei campi
da golf. Lontano. "Gli argentini non perdonano gli assenti, no. Non di fronte
a una tragedia come questa. Omettono, lo capisco. Tu stesso, a volte, non riesci
a perdonarti". Sorriso. "E lo so che vale a poco dirsi che non sempre si pu˜
scegliere. Che è la vita a volte a scegliere per te".