intervista
a Marco Bechis
dal sito www.celluloide.it, febbraio 2000
Quanto
c'è di autobiografico nel suo film?
Solo la colonna sonora. I prigionieri rimanevano bendati, sempre, quindi dei
miei sette giorni di sequestro ricordo solo suoni. In qualche modo la colonna
sonora del film pre-esisteva alla sceneggiatura che è invece pura finzione,
basata su sei interviste che ho fatto a sopravissuti ai campi di concentramento
argentini.
Quanto
tempo ha impiegato per scrivere la sceneggiatura?
Poco, ma poi ci sono state nove nuove stesure, scritte tutte con Lara Fremder.
Poi, durante le riprese, rigorosamente in continuità dalla prima scena
all'ultima, ho cambiato molto, facendo interagire la sceneggiatura con quello
che accadeva sul set. Il finale scritto era diverso, e l'ho cambiato una settimana
prima della fine delle riprese.
Quali
sono state le difficoltà nel definire la struttura narrativa?
Volevo un andamento il piu' semplice possibile, nessun artificio. C'e' solo
un flash-forward (quello iniziale) che mi serviva per partire da un dispositivo-cinema
per poi spostarmi fuori da quel dispositivo, quando la cinepresa scende nei
sotterranei.
Qual'è
il suo rapporto e il metodo di lavoro con i collaboratori?
Lavoro nella scrittura mai da solo, sempre a due. Dalla scrittura degli altri
prendo suggerimento per sviluppare scene intere, a volte partendo da un piccolo
dettaglio: la trama base del film Alambrado e il titolo stesso, sono
nati da un dettaglio dell'ambientazione descritta in un primo trattamento. I
miei co-sceneggiatori sono a loro volta severi giudici di quello che scrivo
Le
revisioni sono state fatte dagli stessi autori?
Naturalmente
Ha
partecipato attivamente al montaggio?
Il montaggio è una fondamentale verifica di quello che si è fatto.
E' lì che si riscrive il film, quindi non mi muovo mai dalla moviola.
Con Jacopo Quadri abbiamo deciso che il susseguirsi delle scene all'inizio del
film fossero veloci, come se le cose avvenissero tutte insieme. Poi, quando
Maria viene rinchiusa ed inizia la vita quotidiana del campo di concentramento,
il ritmo doveva rallentare, perché il tempo lì sotto ha un'altra
valenza, un'ora di un sequestrato puo' sempre essere l'ultima.
Come
ha scelto le musiche di Garage Olimpo?
Con Jaques Lederlin (il musicista) abbiamo pensato di dividere il film in due
parti: il sotto e il sopra. Nel "sotto" le sole musiche che si sarebbero
ascoltate sarebbero state quelle emesse dalla radio che si vede in scena; "sopra"
invece la musica che accompagna la ricerca disperata della madre, doveva essere
una musica "sacra", portando all'estremo la melodia. E' stata d'ispirazione
la musica di Arvo Part. -
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