Meravigliosa desaparecida
di
Gofferedo Fofi
PANORAMA 11/2/2000
Raccontare una tragedia collettiva,
tutto sommato recente,come quella dei desaparecidos sotto il tallone della dittatura
militare argentina non era facile per motivi politici quanto cinematografici.
I primi: la superficialità del nostro rapporto con la storia, fatta di emozioni
e di slogan provvisori, presto sostituiti da altri, e la tendenza a fare di
tutt'erba un fascio, a dimenticare; i secondi, il modello del cosiddetto cinema
politico, e se all'italiana o all'americana non cambia (ma molto più monotono
e ritualistico quello all'italiana), per cui contano le identificazioni dello
spettatore in personaggi e storie esemplari, di forte ricatto emotivo, per un
veloce scarico di coscienza, e il modello di un certo abuso declamatorio del
cinema politico argentino che ha origine, se non sbagliamo, nella retorica sia
nazionalista sia peronista. Ebbene, non fosse che per aver evitato questi due
scogli, queste due facili e consunte maniere, il film di Marco Bechis è già
qualcosa di raro, di nuovo.
Quella che narra è la piccola storia qualsiasi di una ragazza arrestata e torturata,
che parla, che si piega per sopravvivere al rapporto con uno dei suoi aguzzini,
giovane proletario qualsiasi che ella già conosceva e che si dice innamorato
di lei, che tenta inutilmente la fuga da quel "Garage Olimpo" che è uno dei
tanti luoghi dove i militari svolgono il loro "lavoro" di repressione e tortura,
che muore infine come tanti suoi connazionali giovani.
In questa piccola storia "qualsiasi" Bechis individua e descrive un nodo che
è centrale all'esperienza del secolo. È quello che, in un grande reportage sul
processo Eichmann, Hanna Arendt definì, "la banalità del male". A nostra memoria
solo in una scena di un film recente di Otar Iosseliani, Briganti, e in un racconto di Aleksandr Tisma (Scuola di empietà) "la banalità della tortura" era stata narrata con altrettanta agghiacciante
chiarezza; e solo in un vecchio film polacco, La passeggera di Andrzej Munk, il rapporto tra carnefice e vittima era stato scandagliato
con altrettanta agghiacciante evidenza e, a suo modo, semplicità.
Ma soprattutto Bechis divide nettamente il "sopra" e il "sotto" della storia,
quello che è visibile e quello che non si vuol mostrare, la parte bassa del
potere che, anche in situazioni cosiddette normali (un paese in pace, con un
governo democratico), presiedono al rapporto con gli indesiderabili e i reietti.
Il modo in cui la città continua la sua vita, mentre a fianco della normalità,
ma proprio a fianco e talora a vista di tutti se solo si volesse vedere, si
violenta e si opprime, è quanto più impressiona del film, perché non riguarda
soltanto le situazioni estreme.
Bechis ha scelto la camera a mano e la luce reale per il sotto e il basso, e
la normalità del cinema per il sopra e il normale. Questo film senza ricatti
ha il merito di ricordarci verità che dimentichiamo e che ci riguardano: la
banalità del male come rischio costante di ogni burocrazia nella sua attività
di controllo e repressione.