"La
nuova Argentina non dimentichi il passato" di
Sara Gandolfi
Corriere
della Sera 17 novembre 1999
L'autore
del film "Garage Olimpo", racconta sulle torture sotto la dittatura,
sprona il Paese a non scivolare nell'indifferenza. "I peronisti sono decisi
a tornare al potere" Il regista Marco Bechis: "il neoeletto presidente
de la Rùa punti a un vero cambiamento politico e morale". "Il
governo non ha molti margini di manovra: tutto è stato svenduto e privatizzato.
E sui crimini dei militari la società resta divisa in due"
MILANO - "Nulla è cambiato in Argentina. Ha vinto la sinistra, sì.
Ma non credo a una svolta storica, alla fine del peronismo. La prima prova della
nuova dirigenza politica è arrivata sul tema dei desaparecidos quando
il neoeletto presidente Fernando de la Rùa si è allineato alle
posizioni di Carlos Menem, contro l'incriminazione in Spagna dei militari argentini".
Una ferita aperta, per Marco Bechis, 44 anni, regista italocileno vissuto a
lungo in Argentina e diventato egli stesso, negli anni bui della dittatura,
un desaparecido, espulso dal Paese dopo il sequestro e le torture. Orrori descritti,
con un verismo inquietante, nel suo film "Garage Olimpo", presentato
all'ultimo Festival di Cannes e da gennaio proiettato sugli schermi italiani.
Ma è giusto che a far giustizia sia un magistrato spagnolo? "Il
problema dei desaparecidos non è solo argentino o cileno, è l'espressione
di un fenomeno di diffusione mondiale: la violenza dello Stato sul cittadino.
L'azione "militare e politica" attraverso la tortura tecnologicamente avanzata
e la sparizione delle prove, iniziata in America latina negli anni '60-70, si
ricollega alle tragedie attuali, la Bosnia di qualche anno fa, Timor Est più
recentemente. Ben venga dunque la nascita di una coscienza mondiale, di cui
l'iniziativa del giudice spagnolo Baltasar Garzòn e il processo ancora
aperto in Italia sono buoni segnali". Una coscienza che si diffonde in
Europa. Ma in Argentina, in Cile, sembra prevalere la voglia di dimenticare.
Perché? "Nella società argentina è avvenuta una divisione,
quasi fatta con l'accetta, tra le vittime di quella violenza e gli "altri",
quelli a cui negli anni della dittatura non è successo niente. Gli argentini
devono soprattutto superare quella divisione. Quando il mio film è uscito
a Buenos Aires, benché sostenuto da una forte campagna pubblicitaria,
la gente era diffidente. Poi si è diffusa la voce di come era fatto -
nessun colpo basso, la violenza non è mostrata per immagini ma soltanto
suggerita - e il pubblico ha iniziato a riempire le sale. Molti, soprattutto
i giovani, hanno capito di non aver mai saputo tutta la verità".
Rimozione collettiva? "Nessuno parla bene dei militari, ma pochi approfondiscono
il problema. E quando si parla di toccare i torturatori di allora, tutti insorgono
"perché noi siamo uno Stato sovrano". D'altronde come poteva nascere
una coscienza nazionale su temi così profondi in uno Stato democratico,
sì, ma dove non esiste più un patrimonio nazionale perché
tutto è stato privatizzato. Luce, gas, telefoni, energia elettrica, petrolio.
Restano la scuola e la sanità, pubblici ma allo sfascio proprio perché
non sono redditizi. L'Argentina, a mio parere, ha preso una strada forse irreversibile
verso l'indifferenza sociale e morale. Da questo punto di vista, direi che il
lavoro dei militari è stato ben continuato da Menem". Eppure, adesso
ha vinto la sinistra. E i militari per la prima volta restano tranquilli nelle
caserme. Non è una svolta? "Oppure, la sinistra è cambiata
e si è adattata a una nuova situazione. Si è resa potabile. E
se i militari stanno tranquilli si possono fare due ipotesi. Da un lato, non
hanno più il potere di prima: Menem ha privatizzato tutte le loro industrie,
ha messo sotto la giurisdizione del ministero dell'Educazione tutte le accademie
militari, li ha lasciati con un budget a zero. Allo stesso tempo, le forze armate
hanno fatto una politica mimetica di pentimento rispetto al passato: pulizia
dell'immagine, anche per proteggere le migliaia di potenziali accusabili nelle
proprie file". Resta il fatto che la popolazione ha votato a sinistra...
"Ma il governo si trova con uno Stato completamente spolpato, privo di
risorse, industrie e capitali, tutto svenduto. Non ha margini di manovra e non
può certo intervenire ristatalizzando una politica troppo impopolare
in questa epoca storica. L'unico cambio può venire da posizioni politiche
e morali nuove. I primi segnali non sono incoraggianti". La svolta forse
è più sottile: de la Rùa, il politico normale e moderno,
così simile a quelli europei, vince sul peronismo di Carlos Menem, democratico
sì ma comunque molto vicino al vecchio caudillismo. L'Argentina sembra
volersi dare, anche politicamente, un volto europeo... "Gli argentini sembrano
europei, si atteggiano da europei, ma non lo sono. De la Rùa ha vinto
le elezioni contro Duhalde, il candidato peronista, non contro il peronismo.
E credo che Menem alle prossime elezioni, tra quattro anni, tornerà presidente.
Questa transizione socialista serve soprattutto a lui, per lavare dieci anni
di corruzione negoziando con l'attuale presidente. L'unico tema per cui de la
Rùa ha vinto è proprio quello della corruzione, sul quale ha centrato
la sua campagna elettorale. Non certo per carisma, per progetto politico o perché
è un uomo della sinistra". L'anima dell'Argentina resta dunque peronista?
"No, peggio. Io credo che l'anima dell'Argentina oggi sia dentro gli shopping
center all'americana, dove la gente passeggia tutti i sabati e tutte le domeniche
senza comprare nulla perché non ha più soldi".