"Io, un desaparecido nei sotterranei di Baires" di Maria Pia Fusco
La Repubblica 20 aprile 1999


Il regista Marco Bechis ci parla di "Garage Olimpo" in cui racconta il suo dramma

ROMA - Sopra, la città vive la sua normale esistenza quotidiana, con i luoghi di lavoro, le case, gli alberghi, i teatri, il cinema, i concerti, lo stadio. Sotto, disseminati tra magazzini, garage, scantinati, ci sono 365 lager clandestini, luoghi di dolore, di tortura, di morte: è Buenos Aires dal 1976 al 1982, gli anni del regime militare e dei desaparecidos, una realtà allucinante, quasi incredibile, ricostruita da Marco Bechis nel film Garage Olimpo per raccontare la vicenda di Maria, maestra nelle bidonvilles, una delle migliaia di giovani donne sequestrate e "scomparse" nel sottosuolo di Buenos Aires. Sceneggiatore (Il carniere), autore di cortometraggi e del bel film Alambrado premiato in vari festival, Bechis, nato in Cile da madre cilena e padre italiano, cresciuto a San Paolo e a Buenos Aires, ha vissuto in prima persona l'esperienza del sequestro.
Garage Olimpo, prodotto da Amedeo Pagani, con la partecipazione di francesi e argentini, è interpretato da Antonella Costa (Maria), Carlos Echeverria (il torturatore), con Dominique Sandra (la madre di Maria), Chiara Caselli (una guerrigliera) e Paola Bechis (la moglie di uno scomparso). "Forse, se non avessi vissuto un'esperienza diretta, non avrei osato scrivere questa storia, ma Garage Olimpo non è un film sulla mia vicenda personale. È una storia ispirata a vicende reali, il racconto di come si riesce a sopravvivere in una situazione limite", dice Marco Bechis.
Come sintetizzerebbe il tema del film?
"Che cosa vuol dire essere scomparsi. Si entra in una psicologia particolare, l'angoscia di chi è dentro deriva non solo dalla consapevolezza di vivere appesi ad un filo, si può vivere o morire solo per un capriccio dei carcerieri - un mio amico tecnico si è salvato solo perché era utile ai militari, riparava le loro radio - ma anche dal sapere che chi è fuori non sa niente, non può sapere niente, non è come in una prigione, con cui, comunque, si stabilisce una comunicazione. E c'è anche l'angoscia di chi cerca e non riesce a sapere nulla".
Dove ha girato?
"A Buenos Aires, dove abbiamo ricostruito il lager sotterraneo. Fuori dalla città ho girato solo a Los Angeles, solo lì ho trovato gli aerei giusti per il "volo della morte". Quando si decideva di eliminare un desaparecido lo si metteva su un aereo con il pretesto di trasferirlo, si stordiva di Pentotal e si buttava a mare".
Fino a che punto il film racconta gli orrori e le torture?
"Ho evitato la spettacolarità "eroica" del cinema americano, che in qualche modo è liberatoria. Ho cercato uno stile personale per raccontare, più che la tortura, l' angoscia di chi la subisce. La sparizione dei prigionieri e il silenzio sul loro destino non era casuale, era stata una decisione presa scientificamente dall'inizio della dittatura militare. Un particolare di cui si è parlato poco è l'età delle vittime e dei carnefici, tutti giovani, tutti intorno ai vent'anni. Durante l'addestramento ai militari veniva mostrato La battaglia di Algeri, non tutto il film che era proibito, solo le sequenze delle torture".
Negli ultimi vent'anni altri orrori sono accaduti e hanno occupato i media...
"Forse fino a poco fa non importava più a nessuno dei desaparecidos e delle dittature sudamericane, ma la vicenda di Pinochet le ha riportate all'attenzione. Poi c'è l' attualità del processo che si terrà la prossima estate, in cui lo stato italiano si è costituito parte civile contro i militari argentini per la tortura e la morte di almeno cento cittadini italiani. Un processo che si deve a Pertini, il primo ad assumere un impegno che poi il governo Prodi ha sottoscritto".
Lei come si è salvato?
"Con l'intervento dei miei, che sono riusciti a far valere i miei diritti di italiano. Ma sono stato fortunato. Prima dell'espulsione, ero un militante, facevo la spola con l' Italia, cercavo di raccontare, ma era difficile farsi ascoltare".
Quale reazione spera di suscitare negli spettatori del film?
"Il film non ha nessuna intenzione didattica, vorrei solo che suscitasse un'eco destinata a durare il più a lungo possibile. E mi auguro che gli argentini ritrovino un momento della loro storia. Oggi in Argentina c'è un desiderio di rimozione, però, al contrario del Cile in cui i criminali sono liberi e ancora potenti, Videla e altri sono stati condannati e poi amnistiati. Almeno li si può insultare per la strada. E c'è un movimento pacifico interessante, gli Hijos, che raccoglie i figli degli scomparsi, i quali identificano un militare impunito, vanno nel quartiere dove vive e raccontano ai commercianti di zona, il panettiere, il barista, i crimini che ha commesso".