Garage
Olimpo Fiction italiana sui desaparecidos
di Alessandra Levantesi
La Stampa 18 maggio 1999
CANNES Sono trascorsi quasi vent'anni dalla fine della dittatura militare sotto
la quale in Argentina furono imprigionate, torturate e fatte sparire nel nulla
migliaia di persone: circa 30 mila fra il '76 e l'82 precisa il pressbook di
GARAGE OLIMPO, il primo film italiano del festival che al Regard e' stato accolto
con un lungo e intenso applauso. Puo' stupire che un regista nostrano sia riuscito
a rievocare la tragedia dei desaparecidos in una fiction dai toni tanto giusti
e convincenti, ma basta conoscere la biografia di Marco Bechis: nato a Santiago
da madre franco-cilena e padre italiano ed espulso ventenne per motivi politici
da Buenos Aires, da allora il cineasta e fotografo vive a Milano, andando avanti
e indietro a cavallo fra le due culture. Scritta dall'autore con Lara Fremder,
la pellicola segue le vicende della diciottenne Maria (Antonella Costa), militante
nell'organizzazione clandestina, che un giorno viene portata via sotto gli occhi
della madre (Dominique Sanda), senza dire dove. La povera donna cerca invano
di avere notizie, ignara che la figlia e' rinchiusa nel Garage Olimpo, uno dei
circa 300 campi di concentramento in funzione a Buenos Aires in quel periodo:
quasi tutti sotterranei per non far notare il movimento e non far sentire le
urla dei prigionieri sottoposti a ogni genere di violenza. Nel carcere Maria
scopre che uno dei torturatori e' Felix (Carlos Echevarria), giovane affittuario
di casa sua innamorato di lei, e in qualche modo si aggrappa alla circostanza.
Anche se si riferisce al passato prossimo, ha l'impatto sconvolgente di un film
sul presente, perche' le barbarie che racconta continuano a perpetrarsi nel
mondo cosiddetto civile e non se ne vede la fine. Il messaggio arriva forte
in quanto Bechis conduce il gioco con mano salda, mantenendo un buon equilibrio
fra l'asciutta ricostruzione della Storia Ufficiale e la drammatizzazione del
rapporto Maria-Felix. E bisogna dire che il tema della relazione vittima-carnefice
portato altre volte sullo schermo (per esempio in Portiere di notte e La morte
e la fasnciulla), assume qui una valenza credibile e toccante, senza mai scadere
nel melo'.