Intervista
a Marco Bechis realizzata durante
le riprese del film a Barcellona da Maria Tanzer, studentessa di 16 anni.
D. Come ti sei documentato per fare il film?
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R.
Incontrando i figli dei desaparecidos, giovani ventenni che conosco da
diversi anni e con i quali ho parlato molto. Con alcuni di loro ce
un rapporto ormai familiare. Da questo rapporto è nata lidea
di fare il film.
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D. Quindi non è unidea partita dalle
istituzioni...
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R.
No, né da istituzioni né da ricerche. Per scrivere Garage
Olimpo mi ero molto documentato incontrando i sopravvissuti ai campi di
concentramento, in Figli/Hijos la documentazione è nata da incontri
personali con i protagonisti di questa storia, i figli.
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D. Realtà o finzione...
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R.
Ogni film è una finzione. Non vi è alcuna realtà
in un film, anche se raccontano un fatto realmente accaduto.
I film che narrano fatti veri sono finzione. Qualsiasi accadimento anche
se ripreso realisticamente, è sempre il risultato di una serie
di scelte, dello sceneggiatore, del regista, degli attori, del cameraman...
Cioè è una visione assolutamente soggettiva della realtà.
Paradossalmente anche un documentario è soggettivo, perché
è il punto di vista di qualcuno che riprende questo e non unaltra
cosa . Che indica come riprendere, quale aspetto della vita di qualcuno
riprendere. Quindi non credo né nella realtà del cinema
e né in quella dei documentari. Essa non esiste.
Addirittura il telegiornale mi sembra una finzione poiché racconta
delle cose come e quando vuole. Allora dobbiamo partire dal dato di fatto
che la realtà nella trasposizione dei media non esiste.
Quello che a me interessa è la verità che cè
dietro ogni storia e la verità si può raggiungere attraverso
i personaggi, la recitazione, il rapporto che si stabilisce sul set fra
tutti gli elementi in gioco. Comunque tutto ciò è assolutamente
un fatto artistico, che non ha nulla a che vedere con la riproduzione
della realtà. Penso che lelemento artistico, se lo si raggiunge,
possa restituire allo spettatore il realismo, la verità, più
di quanto possa fare qualsiasi tentativo di riprodurre accuratamente la
realtà. Perciò, la massima finzione può risultare
più realistica della semplice riproduzione meccanica della realtà.
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D. Come prepari agli attori?
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R.
Li preparo pensando al personaggio che rappresentano..
Ho lavorato con attori professionisti e con altri che non lo erano, che
non hanno mai recitato prima, come nel caso di Julia, che è sul
set per la prima volta.
Minteressava una ragazza alle prime armi, istintiva, una che non
aveva mai recitato, e che in un certo modo aveva dentro di sé molte
caratteristiche ed elementi del personaggio come me limmaginavo.
Con Carlos (Felix in Garage Olimpo) cera già
un percorso comune: mi interessava rimetterlo in gioco con un personaggio
opposto a quello che aveva interpretato in Garage Olimpo, da carnefice
a vittima. E in Figli/Hijos ha dovuto imparare a parlare perfettamente
litaliano.
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D. Ogni giorno parli con gli attori, dai loro delle indicazioni?
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R.
Sì, parlo sempre con loro, soprattutto durante le riprese. Credo
che lelemento cinematografico si consumi sul set.
Il teatro si prepara per mesi e poi si debutta, ripetendo sempre lo stesso
procedimento. Il teatro è sostanzialmente la messa in scena di
un testo. Per me invece sul set, il copione si deve dissolvere insieme
agli attori. E proprio lì che bisogna percepire se tutto
ciò che è stato scritto, pensato e preparato funziona veramente.
Spesso si parte allinizio della giornata con unidea della
messa in scena e si finisce con unaltra. E gli attori seguono con
me il percorso.
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D. Come organizzi il processo creativo?
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R.
Metto a fuoco mentalmente quel che mi interessa di ciascuna scena, giorno
per giorno.
Effettuare delle riprese in maniera continua significa riprendere una
scena dietro laltra, nellordine in cui è stata scritta.
In questo modo, il giorno dopo capisci ciò che è accaduto
ieri e puoi fare dei progressi. Ho girato in questo modo sia Alambrado
che Garage Olimpo.
In Figli/Hijos invece stiamo riprendendo in maniera discontinua. Quando
mi trovo di fronte alla scena che racconta una situazione specifica del
film devo capire qual è lo stato danimo dei personaggi in
quel momento, pensare da dove vengono, dove vanno
ma ciò
che mi interessa veramente è trovare qual è il punctum
come diceva Barthes, il punto clou della scena, che spesso sta sotto
la scena stessa, non è evidente. E spesso il punctum
non viene fuori subito. E si perdono una o due ore, la produzione sta
ferma
Finché non si è sicuri di ciò che si
vuole fare e finché gli attori non entrano nellingranaggio,
non si comincia a girare.
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D. Ho letto in unintervista che non tinteressava
la psicologia dei tuoi personaggi.
Vorrei capire perché.
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R.
Detto così è un po generico. In Garage Olimpo non
mi interessava la psicologia dei torturatori, poiché ritengo ci
sia un atteggiamento morale nel modo in cui si costruiscono i personaggi.
In Garage Olimpo i personaggi di Felix, Tigre o Texas, non minteressavano
psicologicamente. Non mi preoccupavo di descriverli nei loro dubbi, nelle
loro piccole o grandi contraddizioni che certamente avranno avuto. Non
era quello largomento del film. Largomento del film era la
dimensione umana e psicologica di Maria, la dimensione delle vittime.
Non minteressa lo psicologismo nei film, ovvero non mi interessa
lapproccio esplicativo di ogni minima reazione umana. Innanzitutto
perché ritengo che la psicanalisi non sia una scienza in grado
di spiegare tutto, ma che sia un sostegno, come la religione. Non credo
che essa possa risolvere i problemi centrali dellessere umano. Anche
se sicuramente aiuta la gente a vivere meglio, o meno. Diciamo che questo
genere di approccio cinematografico incentrato sulla psicoanalisi dei
propri personaggi, che li descrive accuratamente, non mi interessa.
Ciò che minteressa è il mostrare personaggi che si
muovono in uno sfondo, in un contesto. In un contesto cinematografico,
che è un luogo geografico, una città, un paese... E
come quando siamo seduti qui e vediamo passare una persona e ci chiediamo
cosa le succeda. È più interessante chiedersi cosa succede
a chi ti sta vicino piuttosto che ascoltare chi ti parla e ti racconta
tutta la sua vita. È un approccio diverso.
In questo film, per esempio, mi occuperò pochissimo della psicologia
dei genitori di Javier, gli assassini.
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D. Nel film i personaggi sono sempre alla ricerca
di qualcosa, soprattutto Rosa. Ma cosa cerca Javier? Questa ricerca si
circoscrive allargomento dei desaparecidos oppure è la ricerca
dellintera umanità?
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R.
A me piacerebbe che fosse una ricerca dellumanità in genere,
ma largomento dei desaparecidos è anche abbastanza universale,
è una tristissima novità moderna. Fino a 50 anni fa gli
scomparsi non esistevano, venivano uccisi e basta. Tutto il mondo ne era
al corrente. La guerra civile spagnola è stata così, il
fascismo e il nazismo sono stati così.
Far scomparire qualcuno adoperando la tecnologia, gettarlo in mare, far
scomparire i corpi, utlilizzare la tortura mediatica (elettrica). Ma quello
che è veramente raccapricciante è il furto dei bambini.
I nazisti seguivano un criterio etnico-religioso di separazione dei buoni
dai cattivi, e uccidevano dal nonno al nipotino. Uccidevano tutti. Per
loro era una questione razziale. La terrificante novità dei militari
argentini ed uruguaiani invece, consisteva nel pensare che un bimbo appena
nato fosse tabula rasa. I bambini quindi erano dei trofei, bottino di
guerra. Eliminando i genitori non si eliminava unetnia né
una religione, ma unideologia. Pensavano così di allevare
quei bambini come propri, come figli della patria.
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D. Cosè per te lidentità?
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R.
E quella che ognuno si costruisce come può. Credo che al
giorno doggi tutti noi abbiamo un problema didentità,
non è un problema legato allargomento che stiamo trattando.
Chi siamo, a quale mondo apparteniamo, perché viviamo in un certo
modo e perché ci sono persone che vivono in un altro, perché
viviamo con certi privilegi ed altri no...? Alla fine questi pensieri
creano sempre dei problemi didentità. Lidentità
per me è un fatto politico. Non un problema psicoanalitico.
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D. Questa identità deve essere restituita
ai bambini che sono stati rapiti?
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R.
Quei bambini ora hanno 23 anni e penso che quei giovani abbiano tutto
il diritto di sapere quel che è loro accaduto e di decidere liberamente
cosa fare, dove e con chi vivere. Decidere liberamente significa offrire
loro lopportunità di sapere per poi scegliere. E difficile
che loro possano scegliere serenamente perché devono fare i conti
con ventanni di menzogne.
Infatti sono assolutamente contrario alla teoria secondo la quale, per
non farli soffrire, non bisogna raccontare loro niente. Ci sono alcuni
che la pensano così. Secondo me, è mostruoso.
E mostruoso pensare che un ragazzo viva la sua vita senza sapere
chi è. Perché dietro alla vicenda individuale cè
una storia collettiva. Uno può decidere di non raccontare al proprio
figlio, magari fino ad una certa età che è stato adottato,
anche se penso sia sbagliato.
Che dietro a questa situazione vi sia una bugia che nasconde un crimine,
beh... è un fatto di tuttaltra natura.
Cè un po di confusione al riguardo, e in Argentina
vi sono molti schieramenti politici di destra, e anche molti giornalisti,
che considerano la ricerca di ragazzi apropiados (letteralmente:
appropriati) come una violenza ai loro danni. Secondo loro vanno lasciati
in pace, perché comunque hanno trovato una famiglia
che li ha cresciuti lontani dallideologia di sinistra. Ma in quella
pace familiare gli apropiadores nascondono ai ragazzi lomicidio
dei loro veri genitori.
Daltro canto sono convinto che quei giovani non hanno avuto uninfanzia
felice così come la raccontano spesso i media. Penso che ci sia
una percezione inconscia delle cose. I casi che sono stati resi di pubblico
dominio... ad esempio, due gemelli che balbettano entrambi, sono dei ragazzi
che hanno fatto molta fatica a crescere, pur essendo molto intelligenti.
Sono stati ritrovati quando avevano 16 anni e sono stati subito assillati
morbosamente dalla stampa. Erano due ragazzi balbuzienti, uno di loro
due si faceva ancora la pipì a letto...
Penso a tutte queste famiglie di uomini e donne ai quali hanno rapito
i bambini. Penso che ci si sia comportati nei loro confronti come dei
veri ladri. Una falsa famiglia, fondata su un crimine nascosto, non può
che trasmettere inconsciamente un sacco di bugie, credo che sotto lapparente
normalità di una famiglia del genere ci sia molta violenza che
passa.
Ci sono stati casi ben più evidenti: una ragazza che è stata
spesso palpeggiata dal padre da piccola. Violenza dentro le
mura domestiche, ma in questo caso la bambina, per il padre,
era anche la figlia di guerriglieri.. Quindi la violenza su di lei era
anche una vendetta ad oltranza. La ragazza ora vive a Madrid, ha un figlio
e ricorda di aver sentito suo padre parlare con un suo collega
quando lei era ancora molto piccola: quando diventerà più
grande te la presto.
Può darsi che abbiano avuto uninfanzia spensierata dal punto
di vista economico perché i militari hanno rubato molto... ma ciò
non toglie che la menzogna si sia infiltrata comunque.
Nel nostro film, la famiglia è molto normale, molto comune, alquanto
noiosa come tutte le famiglie borghesi. Volevo la più assoluta
normalità, una famiglia italo-argentina che abita su un lago sul
confine svizzero, vicino alle banche.
Ciò non toglie che ci siano dei casi molto più veri:
il padre violento, la madre iperprotettiva, il figlio che non cresce psicologicamente...
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D. Perché insisti sullargomento? Hai
già fatto altri film con la stessa tematica.
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R.
(ridendo) Perché insisto sullargomento? Si possono fare molti
film sullo stesso argomento, non cè alcun problema. Ci sono
pittori che fanno sempre lo stesso quadro. Penso che il problema non sia
largomento, bensì come si affronti ogni storia. Questo film
che stiamo facendo adesso ha un linguaggio completamente diverso rispetto
a Garage Olimpo. Mira altrove, anche se ciò non toglie che sia
un film che prosegue quella storia.
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D. Ha qualche scopo? E un semplice atto cinematografico
oppure.....
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R.
Qualunque azione artistica è anche un atto politico. Lartista
è qualcuno che vuole scuotere le coscienze, lartista non
è colui che fa un quadro solo per poi venderlo in una galleria
e vivere in un bel appartamento.
Credo che oggi bisognerebbe ridefinire il concetto di cinema politico,
perché il cinema politico oggi è un cinema commerciale che
parla di argomenti politici. Gli americani sono specialisti: quanti film
spettacolari sulla pena di morte, oppure film sullolocausto, forse
con un happy end...
Come si ridefinisce artisticamente il film politico attraverso il linguaggio?
Questo è il problema ovvero come viene utilizzato il linguaggio
in modo politico, ed è quello che cerco di fare. Non basta raccontare
una storia a sfondo politico.
Per me tra arte, militanza politica e il rapporto con il pubblico esiste
un legame profondo. Ma il pubblico in questo dispositivo non è
la quantità di spettatori, è la qualità dello scambio.
Sono cose diverse: il professionista che fa un film dietro laltro
con dei criteri commerciali e quello invece che li fa perché sente
di volerli fare, quando può e quando ci riesce.
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(Intervista raccolta da Maria Tanzer, studentessa di sedici anni.)
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