Si stima che i bambini scomparsi dopo la nascita in Argentina tra il 1976 ed il 1982 siano circa 500.
I casi denunciati sono solo 250.

72 ragazzi sono stati ritrovati vivi, 8 di loro sono stati ritrovati nei cimiteri clandestini.

Tutti i 72 ragazzi ritrovati - oggi hanno tra i venti e i venticinque anni - sono tornati a vivere con la loro vera famiglia (zii, nonni) e solo 4 tra loro hanno preferito rimanere con la famiglia che li ha sottratti ai loro veri genitori.

Fonte: Associazione "Nonne di Plaza de Mayo"

Intervista a Marco Bechis realizzata durante le riprese del film a Barcellona da Maria Tanzer, studentessa di 16 anni.

D. Come ti sei documentato per fare il film?

R. Incontrando i figli dei desaparecidos, giovani ventenni che conosco da diversi anni e con i quali ho parlato molto. Con alcuni di loro c’e’ un rapporto ormai familiare. Da questo rapporto è nata l’idea di fare il film.


D. Quindi non è un’idea partita dalle istituzioni...

R. No, né da istituzioni né da ricerche. Per scrivere Garage Olimpo mi ero molto documentato incontrando i sopravvissuti ai campi di concentramento, in Figli/Hijos la documentazione è nata da incontri personali con i protagonisti di questa storia, i figli.


D. Realtà o finzione...

R. Ogni film è una finzione. Non vi è alcuna realtà in un film, anche se raccontano un fatto realmente accaduto.
I film che narrano fatti veri sono finzione. Qualsiasi accadimento anche se ripreso realisticamente, è sempre il risultato di una serie di scelte, dello sceneggiatore, del regista, degli attori, del cameraman... Cioè è una visione assolutamente soggettiva della realtà.
Paradossalmente anche un documentario è soggettivo, perché è il punto di vista di qualcuno che riprende questo e non un’altra cosa . Che indica come riprendere, quale aspetto della vita di qualcuno riprendere. Quindi non credo né nella realtà del cinema e né in quella dei documentari. Essa non esiste.
Addirittura il telegiornale mi sembra una finzione poiché racconta delle cose come e quando vuole. Allora dobbiamo partire dal dato di fatto che la realtà nella trasposizione dei media non esiste.
Quello che a me interessa è la verità che c’è dietro ogni storia e la verità si può raggiungere attraverso i personaggi, la recitazione, il rapporto che si stabilisce sul set fra tutti gli elementi in gioco. Comunque tutto ciò è assolutamente un fatto artistico, che non ha nulla a che vedere con la riproduzione della realtà. Penso che l’elemento artistico, se lo si raggiunge, possa restituire allo spettatore il realismo, la verità, più di quanto possa fare qualsiasi tentativo di riprodurre accuratamente la realtà. Perciò, la massima finzione può risultare più realistica della semplice riproduzione meccanica della realtà.


D. Come prepari agli attori?

R. Li preparo pensando al personaggio che rappresentano..
Ho lavorato con attori professionisti e con altri che non lo erano, che non hanno mai recitato prima, come nel caso di Julia, che è sul set per la prima volta.
M’interessava una ragazza alle prime armi, istintiva, una che non aveva mai recitato, e che in un certo modo aveva dentro di sé molte caratteristiche ed elementi del personaggio come me l’immaginavo.
Con Carlos (“Felix” in Garage Olimpo) c’era già un percorso comune: mi interessava rimetterlo in gioco con un personaggio opposto a quello che aveva interpretato in Garage Olimpo, da carnefice a vittima. E in Figli/Hijos ha dovuto imparare a parlare perfettamente l’italiano.


D. Ogni giorno parli con gli attori, dai loro delle indicazioni?

R. Sì, parlo sempre con loro, soprattutto durante le riprese. Credo che l’elemento cinematografico si consumi sul set.
Il teatro si prepara per mesi e poi si debutta, ripetendo sempre lo stesso procedimento. Il teatro è sostanzialmente la messa in scena di un testo. Per me invece sul set, il copione si deve dissolvere insieme agli attori. E’ proprio lì che bisogna percepire se tutto ciò che è stato scritto, pensato e preparato funziona veramente. Spesso si parte all’inizio della giornata con un’idea della messa in scena e si finisce con un’altra. E gli attori seguono con me il percorso.


D. Come organizzi il processo creativo?

R. Metto a fuoco mentalmente quel che mi interessa di ciascuna scena, giorno per giorno.
Effettuare delle riprese in maniera continua significa riprendere una scena dietro l’altra, nell’ordine in cui è stata scritta. In questo modo, il giorno dopo capisci ciò che è accaduto ieri e puoi fare dei progressi. Ho girato in questo modo sia Alambrado che Garage Olimpo.
In Figli/Hijos invece stiamo riprendendo in maniera discontinua. Quando mi trovo di fronte alla scena che racconta una situazione specifica del film devo capire qual è lo stato d’animo dei personaggi in quel momento, pensare da dove vengono, dove vanno… ma ciò che mi interessa veramente è trovare qual è il “punctum” come diceva Barthes, il punto clou della scena, che spesso sta “sotto” la scena stessa, non è evidente. E spesso il “punctum” non viene fuori subito. E si perdono una o due ore, la produzione sta ferma… Finché non si è sicuri di ciò che si vuole fare e finché gli attori non entrano nell’ingranaggio, non si comincia a girare.


D. Ho letto in un’intervista che non t’interessava la psicologia dei tuoi personaggi.
Vorrei capire perché.

R. Detto così è un po’ generico. In Garage Olimpo non mi interessava la psicologia dei torturatori, poiché ritengo ci sia un atteggiamento morale nel modo in cui si costruiscono i personaggi.
In Garage Olimpo i personaggi di Felix, Tigre o Texas, non m’interessavano psicologicamente. Non mi preoccupavo di descriverli nei loro dubbi, nelle loro piccole o grandi contraddizioni che certamente avranno avuto. Non era quello l’argomento del film. L’argomento del film era la dimensione umana e psicologica di Maria, la dimensione delle vittime. Non m’interessa lo psicologismo nei film, ovvero non mi interessa l’approccio esplicativo di ogni minima reazione umana. Innanzitutto perché ritengo che la psicanalisi non sia una scienza in grado di spiegare tutto, ma che sia un sostegno, come la religione. Non credo che essa possa risolvere i problemi centrali dell’essere umano. Anche se sicuramente aiuta la gente a vivere meglio, o meno. Diciamo che questo genere di approccio cinematografico incentrato sulla psicoanalisi dei propri personaggi, che li descrive accuratamente, non mi interessa.
Ciò che m’interessa è il mostrare personaggi che si muovono in uno sfondo, in un contesto. In un contesto cinematografico, che è un luogo geografico, una città, un paese... E’ come quando siamo seduti qui e vediamo passare una persona e ci chiediamo cosa le succeda. È più interessante chiedersi cosa succede a chi ti sta vicino piuttosto che ascoltare chi ti parla e ti racconta tutta la sua vita. È un approccio diverso.
In questo film, per esempio, mi occuperò pochissimo della psicologia dei “genitori” di Javier, gli assassini.


D. Nel film i personaggi sono sempre alla ricerca di qualcosa, soprattutto Rosa. Ma cosa cerca Javier? Questa ricerca si circoscrive all’argomento dei desaparecidos oppure è la ricerca dell’intera umanità?

R. A me piacerebbe che fosse una ricerca dell’umanità in genere, ma l’argomento dei desaparecidos è anche abbastanza universale, è una tristissima novità moderna. Fino a 50 anni fa gli scomparsi non esistevano, venivano uccisi e basta. Tutto il mondo ne era al corrente. La guerra civile spagnola è stata così, il fascismo e il nazismo sono stati così.
Far scomparire qualcuno adoperando la tecnologia, gettarlo in mare, far scomparire i corpi, utlilizzare la tortura mediatica (elettrica). Ma quello che è veramente raccapricciante è il furto dei bambini. I nazisti seguivano un criterio etnico-religioso di separazione dei buoni dai cattivi, e uccidevano dal nonno al nipotino. Uccidevano tutti. Per loro era una questione razziale. La terrificante novità dei militari argentini ed uruguaiani invece, consisteva nel pensare che un bimbo appena nato fosse tabula rasa. I bambini quindi erano dei trofei, bottino di guerra. Eliminando i genitori non si eliminava un’etnia né una religione, ma un’ideologia. Pensavano così di allevare quei bambini come propri, come figli della patria.


D. Cos’è per te l’identità?

R. E’ quella che ognuno si costruisce come può. Credo che al giorno d’oggi tutti noi abbiamo un problema d’identità, non è un problema legato all’argomento che stiamo trattando. Chi siamo, a quale mondo apparteniamo, perché viviamo in un certo modo e perché ci sono persone che vivono in un altro, perché viviamo con certi privilegi ed altri no...? Alla fine questi pensieri creano sempre dei problemi d’identità. L’identità per me è un fatto politico. Non un problema psicoanalitico.


D. Questa identità deve essere restituita ai bambini che sono stati rapiti?

R. Quei bambini ora hanno 23 anni e penso che quei giovani abbiano tutto il diritto di sapere quel che è loro accaduto e di decidere liberamente cosa fare, dove e con chi vivere. Decidere liberamente significa offrire loro l’opportunità di sapere per poi scegliere. E’ difficile che loro possano scegliere serenamente perché devono fare i conti con vent’anni di menzogne.
Infatti sono assolutamente contrario alla teoria secondo la quale, per non farli soffrire, non bisogna raccontare loro niente. Ci sono alcuni che la pensano così. Secondo me, è mostruoso.
E’ mostruoso pensare che un ragazzo viva la sua vita senza sapere chi è. Perché dietro alla vicenda individuale c’è una storia collettiva. Uno può decidere di non raccontare al proprio figlio, magari fino ad una certa età che è stato adottato, anche se penso sia sbagliato.
Che dietro a questa situazione vi sia una bugia che nasconde un crimine, beh... è un fatto di tutt’altra natura.
C’è un po’ di confusione al riguardo, e in Argentina vi sono molti schieramenti politici di destra, e anche molti giornalisti, che considerano la ricerca di ragazzi “apropiados” (letteralmente: appropriati) come una violenza ai loro danni. Secondo loro vanno lasciati in pace, perché comunque hanno trovato “una famiglia” che li ha cresciuti lontani dall’ideologia di sinistra. Ma in quella pace familiare gli “apropiadores” nascondono ai ragazzi l’omicidio dei loro veri genitori.
D’altro canto sono convinto che quei giovani non hanno avuto un’infanzia felice così come la raccontano spesso i media. Penso che ci sia una percezione inconscia delle cose. I casi che sono stati resi di pubblico dominio... ad esempio, due gemelli che balbettano entrambi, sono dei ragazzi che hanno fatto molta fatica a crescere, pur essendo molto intelligenti. Sono stati ritrovati quando avevano 16 anni e sono stati subito assillati morbosamente dalla stampa. Erano due ragazzi balbuzienti, uno di loro due si faceva ancora la pipì a letto...
Penso a tutte queste famiglie di uomini e donne ai quali hanno rapito i bambini. Penso che ci si sia comportati nei loro confronti come dei veri ladri. Una falsa famiglia, fondata su un crimine nascosto, non può che trasmettere inconsciamente un sacco di bugie, credo che sotto l’apparente normalità di una famiglia del genere ci sia molta violenza che passa.
Ci sono stati casi ben più evidenti: una ragazza che è stata spesso palpeggiata dal “padre” da piccola. Violenza dentro le mura domestiche, ma in questo caso la bambina, per il “padre”, era anche la figlia di guerriglieri.. Quindi la violenza su di lei era anche una vendetta ad oltranza. La ragazza ora vive a Madrid, ha un figlio e ricorda di aver sentito suo “padre” parlare con un suo collega quando lei era ancora molto piccola: “quando diventerà più grande te la presto”.
Può darsi che abbiano avuto un’infanzia spensierata dal punto di vista economico perché i militari hanno rubato molto... ma ciò non toglie che la menzogna si sia infiltrata comunque.
Nel nostro film, la famiglia è molto normale, molto comune, alquanto noiosa come tutte le famiglie borghesi. Volevo la più assoluta normalità, una famiglia italo-argentina che abita su un lago sul confine svizzero, vicino alle banche.
Ciò non toglie che ci siano dei casi molto più “veri”: il padre violento, la madre iperprotettiva, il figlio che non cresce psicologicamente...


D. Perché insisti sull’argomento? Hai già fatto altri film con la stessa tematica.

R. (ridendo) Perché insisto sull’argomento? Si possono fare molti film sullo stesso argomento, non c’è alcun problema. Ci sono pittori che fanno sempre lo stesso quadro. Penso che il problema non sia l’argomento, bensì come si affronti ogni storia. Questo film che stiamo facendo adesso ha un linguaggio completamente diverso rispetto a Garage Olimpo. Mira altrove, anche se ciò non toglie che sia un film che prosegue quella storia.


D. Ha qualche scopo? E’ un semplice atto cinematografico oppure.....

R. Qualunque azione artistica è anche un atto politico. L’artista è qualcuno che vuole scuotere le coscienze, l’artista non è colui che fa un quadro solo per poi venderlo in una galleria e vivere in un bel appartamento.
Credo che oggi bisognerebbe ridefinire il concetto di cinema politico, perché il cinema politico oggi è un cinema commerciale che parla di argomenti politici. Gli americani sono specialisti: quanti film spettacolari sulla pena di morte, oppure film sull’olocausto, forse con un happy end...
Come si ridefinisce artisticamente il film politico attraverso il linguaggio? Questo è il problema ovvero come viene utilizzato il linguaggio in modo politico, ed è quello che cerco di fare. Non basta raccontare una storia a sfondo politico.
Per me tra arte, militanza politica e il rapporto con il pubblico esiste un legame profondo. Ma il pubblico in questo dispositivo non è la quantità di spettatori, è la qualità dello scambio.
Sono cose diverse: il professionista che fa un film dietro l’altro con dei criteri commerciali e quello invece che li fa perché sente di volerli fare, quando può e quando ci riesce.


(Intervista raccolta da Maria Tanzer, studentessa di sedici anni.)

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