DESAPARECIDOS : UN PROCESSO DIFFICILE
di Francesco Caporale
I processi non sono tutti uguali.

Lo sono, o dovrebbero esserlo, nel rispetto delle forme, delle regole, delle garanzie processuali.
Ma non lo sono, fatalmente, nel carico di emozioni, di coinvolgimento personale, di totale immersione nelle vicende che ne costituiscono l ‘ "anima", che i processi, sarebbe sciocco negarlo, possiedono in misura diversa. Perché diversa è la loro capacità di colpire, in maniera diretta, non solo chi li segua da comune spettatore, ma anche chi con essi, per motivi professionali, sia chiamato a misurarsi.
Dico questo perché quando penso al processo per i desaparecidos non posso non ritornare con la mente alle sensazioni che provai quando, nel maggio del 1998, mi vidi recapitare nel mio ufficio quella trentina di faldoni processuali, accumulatisi nell’arco di quindici anni.
Il fascicolo processuale era infatti stato aperto fin dal gennaio del 1983, quando l’Argentina era ancora in mano all’ultima delle tre Giunte militari, che avrebbe soltanto nel dicembre di quell’anno ceduto il passo al governo democratico di Raúl Alfonsín.
E confesso di avere inizialmente provato un sentimento molto simile all’angoscia nel vedermi caricato di un compito che mi sembrò subito così difficile e “doloroso”.
Per almeno quindici giorni passai tutto il mio tempo a divorare quelle migliaia e migliaia di pagine, uscendone fuori decisamente diverso da come vi ero entrato.

Quando, il 24 marzo del ’76, un golpe attuato da una Giunta Militare composta da Videla, Agosti e Massera rovesciava in Argentina il traballante governo di Isabelita, vedova del generale Perón, io avevo venticinque anni. Mi ero da un anno laureato alla “Sapienza” di Roma, che - come un po’ tutte le sedi universitarie - aveva conosciuto, tra la fine degli anni Sessanta ed i primi anni Settanta, il forte vento della contestazione giovanile, con cadute anche, guardandoci oggi indietro, a forme talora ingenue e controproducenti di sterile “ribellismo”.

Di sicuro, sentivo di far parte di una generazione con forti tensioni egualitarie e solidaristiche, che, pur prendendo le distanze da condannabili forme di violenza, aveva in mente la costruzione di un mondo migliore, sognava quell’ ”isola che non c’è” (e che non ci sarà forse mai) costituita da un mondo fatto di Stati non gelosamente chiusi nelle rispettive frontiere, ma affratellati da princìpi comuni rappresentati dal rispetto della persona e della dignità umana, dai valori della pace universale, dell’uguaglianza, della giustizia sociale.

Ricordo grandi manifestazioni per il Vietnam, e poi per il Cile, dopo il golpe di Pinochet dell’ 11 settembre del ’73.
Non ricordo, invece - ed a questo pensai, in quel maggio del ’98 in cui dovetti calarmi più a fondo in quell’autentico inferno dell’orrore che andavo scoprendo - analoghe manifestazioni di condanna al golpe argentino del 24 marzo ’76.
Ed anche quando, sul finire dei Settanta e nei primissimi anni Ottanta, aveva cominciato ad essere noto il dramma dei desaparecidos, credo non avessimo in realtà mai compiutamente compreso cosa avessero vissuto, e stessero ancora vivendo, migliaia e migliaia di giovani della nostra età, in quel paese latino-americano fisicamente distante da noi oltre diecimila chilometri.
Credo abbia pesato, in questa diversa valutazione di ciò che stava accadendo, il differente impatto emotivo rappresentato dalle stesse modalità dei due colpi di Stato.
Da una parte, il Cile : la maschera feroce di Pinochet ; Allende che si era tolto la vita pur di non cadere vivo in mano ai militari che avevano assaltato la Moneda ; e poi quelle immagini, provocatoriamente ostentate, di migliaia di prigionieri politici rinchiusi negli stadi.
Dall’altra, l’ Argentina : quello strano golpe, apparentemente “morbido”, che rovesciava un governo in realtà già di destra, con un presidente-fantoccio, Isabelita, semplice strumento nelle mani del suo ministro José Lopez Rega e delle sue famigerate “Triple A” (l’Alleanza Anticomunista Argentina) , che già da un paio d’anni avevano in effetti avviato quelle pratiche feroci di sequestri e desapariciónes poi ereditate ed “affinate” con il golpe del marzo ’76.
Ciò che so per certo è che, in quel maggio del ’98, “entrando” nelle carte processuali, io mi addentravo, attraverso esse, in quell’inferno dell’orrore rappresentato dai 350 centri clandestini di detenzione : le 350 Auschwitz, Mauthausen e Dachau di cui ho parlato nella mia requisitoria, per mezzo delle quali i militari avevano pianificato di eliminare ogni forma di opposizione politica.
E solo allora mi rendevo improvvisamente conto di quanto vaghe fossero state in realtà fino a quel momento le conoscenze sul golpe argentino del ’76.

Sono oggi passati 25 anni da quel golpe : un tempo sufficiente per fare uscire quelle vicende dalla semplice cronaca e consegnarle alla storia.

E’ con questo spirito che ho cercato di affrontare quel processo e quell’ impegno enorme a cui venivo chiamato.
Che il processo corresse il rischio di rimanere un evento giudiziario meramente simbolico me lo ero rappresentato fin dal primo momento.
Conoscevo la posizione del governo argentino su questo come sugli altri processi che in Europa si stavano istruendo, e non mi sono mai fatto illusioni sulla concreta possibilità di una collaborazione giudiziaria che avrebbe incontrato non poche difficoltà all’ interno di quel Paese.
E tuttavia era un processo che era giusto fare, un processo certamente difficile, ma che si fondava non su generiche velleità di giustizia universale, ma su norme che appartenevano, e appartengono, al nostro diritto positivo.…………….. Il fascicolo processuale sui desaparecidos era stato aperto fin dal gennaio dell’83, come ho detto prima.
Sul finire dell’ 82 erano state consegnate, alla Camera, centinaia di denunce da parte di famiglie italiane emigrate in Argentina, che riferivano della scomparsa dei loro figli, vittime della repressione del regime militare.
“Sparizioni”, quasi sempre senza cadaveri, di giovani in massima parte tra i venti ed i venticinque anni, chupados, risucchiati, nel gorgo dei sequestri che, ad opera dei militari, si andavano senza sosta moltiplicando da anni.
Si trattava di delitti chiaramente politici, che, come recita l’ art. 8 del nostro codice penale, offendevano un diritto politico dello Stato o del cittadino.
E che erano, anche ove si fosse voluto considerarli delitti comuni, comunque “determinati da motivi politici” : e pertanto rientranti nella previsione dell’ultimo comma dell’ art. 8 del nostro codice penale, che prevede la punibilità del delitto politico commesso all’estero in danno del cittadino italiano.
Era pertanto in primo luogo rispettata la condizione per la procedibilità, qui in Italia, di tali delitti, posto che ci occupavamo soltanto di quei casi che avessero come vittime “cittadini italiani” (seppure di “doppia cittadinanza”, come quasi sempre accade per i nostri emigrati in Argentina).

Ed intervenne subito l’altra concreta condizione per la procedibilità in Italia, rappresentata dalla “richiesta di procedimento” formulata, ai sensi dell’ art. 8 del nostro codice penale, dall’ allora Ministro della Giustizia, Clelio Darida.
Era il 21 gennaio dell’83 : e prendeva così l’avvio quel processo che si sarebbe concluso solo diciassette anni dopo con la condanna pronunciata, in primo grado, il 6 dicembre del 2000, dalla 2^ Corte di Assise di Roma presieduta da Mario D’Andria.
Ho già avuto modo di dire, nel corso della mia requisitoria, che non è un mistero che dietro quella richiesta vi fosse stato in realtà un interessamento più alto, che partiva da quel grandissimo Presidente della Repubblica che è stato Sandro Pertini. L’iter del procedimento ha poi conosciuto dei lunghi periodi di stallo.
Dovuti, inizialmente, al fatto che nel 1985 si stesse celebrando, in Argentina - voluto per decreto dello stesso Raúl Alfonsín del dicembre dell’83 - il Juicio a las Juntas succedutesi tra il ’ 76 e l’ 83.
Un processo che vedeva come imputati i principali responsabili del terrore che aveva insanguinato quel Paese : Videla, Agosti, Massera, Lambruschini, Viola , Galtieri, Graffigna, Anaya e Lami-Dozo.
E determinati, successivamente, dall’assoluto diniego di “assistenza giudiziaria” opposto dal governo argentino alle varie richieste provenienti dal nostro Paese.
In mezzo, tra l’ ‘86 e l’ ‘87 - e dopo che Videla e Massera erano già stati entrambi condannati all’ergastolo in quel Processo dell’ 85 - le due leggi del Punto Final e della Obediencia debída, estorte attraverso quelle minacce di nuove insurrezioni militari di cui si erano fatti strumento il colonnello Rico ed i suoi carapintadas. Due leggi vergognose, in dispregio dei più elementari diritti umani e dei fondamentali principi giuridici universalmente riconosciuti. Due leggi che sostanzialmente dovevano servire ad assicurare ai militari, ed a quei civili che con essi avessero collaborato in quell’ autentico genocidio di un’ intera generazione, che fu la dittatura militare argentina, la più totale impunità.

L’unico crimine, va detto, tenuto fuori da questa impunità, fu rappresentato dalle sottrazioni dei bambini : quelli che in Argentina chiamano i robos de niños o de bebé.
Le sottrazioni, cioè, delle centinaia di neonati venuti al mondo in quei mattatoi eufemisticamente chiamati centri clandestini di detenzione, che rappresentarono per centinaia di giovani donne che avevano da poco partorito le loro creature l’ anticamera dei “voli della morte” nel Rio de la Plata o nell’ Oceano Atlantico.
Ed in relazione a questi crimini, non meno orrendi, va anche detto che la magistratura argentina sta da tempo cercando di fare giustizia : tant'è che per questi reati Videla, Massera, ma anche altri feroci genocidi di quel regime, come Carlos Guillermo Suarez Mason e Santiago Omár Riveros (entrambi condannati all’ergastolo nel nostro processo), Jorge Eduardo Acosta (uno dei principali responsabili dei massacri dell’ ESMA, quella Escuela Superior de Mecanica de la Armada da cui partivano i “voli della morte”) , ed altri alti ufficiali dell’epoca, sono attualmente sottoposti a processi in Argentina.…………… Non è stato certamente semplice questo processo italiano.
Superati tutti gli ostacoli procedurali e l’assoluta mancanza di collaborazione giudiziaria da parte del governo argentino, diventava indispensabile, una volta disposto, il 20 maggio del ’99, il rinvio a giudizio, riuscire ad approntare una “lista testi” capace di rappresentare, ai giudici della Corte di Assise, cosa fosse stato il golpe militare, in quale contesto fosse maturato, quale fosse lo scenario su cui si era innestato.
In altre parole, “raccontare” la storia argentina di buona parte dell’ultimo secolo.
Le testimonianze che trovavo in quei faldoni processuali provenivano esclusivamente da pochi sopravvissuti all’ inferno dei “centri clandestini” : Mario Villani (all’ epoca del sequestro docente di fisica e delegato sindacale all’ Università di Buenos Aires) ; Marco Bechis (oggi regista cinematografico, internato anch’egli, ventenne, nell’aprile del ’77, in un centro clandestino, il “Club Atletico”, e poi espulso in Italia, e che su quella terribile esperienza ha girato un film sorprendentemente rigoroso e asciutto, “Garage Olimpo”) ; i fratelli Jorge e Federico Allega ; Sara Solarz Osatinsky , Ana Maria Martí e Lisandro Cúbas (tutti ex internati dell’ “ESMA”) ; e pochissimi altri.

Era invece assolutamente necessario trovare testi in grado di far comprendere la vastità di quell’orrore, di spiegare come e perché fosse accaduto ciò che l’Argentina aveva conosciuto in quegli anni.
Sapevo dell’impegno su questi temi di un ottimo giornalista di casa nostra, Italo Moretti, e dei servizi che, per il TG 2, aveva all’epoca trasmesso da Buenos Aires. Ed avevo anche letto, in quel ’99, il suo libro “Innocenti e colpevoli”, che di queste vicende si occupava.
E sapevo anche di quanto si fosse adoperato per cercare di salvare più gente possibile - rischiando anche sulla propria persona, e certamente “bruciandosi” una carriera diplomatica che gli avrebbe altrimenti riservato ben più gradevoli destinazioni - l’allora giovanissimo, aveva all’epoca appena trent’anni, console italiano a Buenos Aires, Enrico Calamai.
Li contattai. Ci incontrammo, e mi manifestarono entrambi la propria disponibilità a raccontare in dibattimento le loro personali esperienze e conoscenze sul tema.
Le testimonianze di Italo Moretti ed Enrico Calamai - persone dotate di non comune integrità e di eccezionale rigore morale - sono state le uniche “di fonte italiana”, e si sono rivelate preziose per la comprensione dei fatti da parte della Corte di Assise.
Accanto alle loro, il dibattimento si è poi arricchito di qualificate testimonianze “di fonte argentina”, in grado di offrire anch’esse il contributo di una diretta conoscenza dei fatti.
Come quella di Horacio Verbitsky, giornalista e scrittore, autore di quel libro “Il Volo” nato dalle confessioni del capitano “pentito” dell’ ESMA Adolfo Scilingo.
Di Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la Pace nel 1980, fondatore del movimento pacifista cristiano Paz y Justicia, anch’egli internato e torturato nei centri clandestini del regime militare.
Di Julio César Strassera e Luís Moreno Ocampo, che rappresentarono la pubblica accusa nel Processo alle Giunte del 1985.
Di Magdalena Ruíz Guiñazú, giornalista, componente di quella CONADEP (Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas), istituita da Alfonsín nel dicembre del 1983, che avrebbe raccolto le testimonianze di centinaia e centinaia di sopravvissuti ai centri clandestini, e che meglio di qualunque saggio sull’ argomento avrebbe ricostruito, nel suo Nunca más, quella sorta di “geografia del terrore” rappresentata dai 350 centri clandestini figli della inaudita ferocia del regime militare. E poi, tra i tanti testi venuti, e che sarebbe qui impossibile ricordare tutti, Victor De Gennaro, segretario generale della “CTA” (la Central de los Trabajadores Argentinos , un po’ l’equivalente della nostra CGIL) ; ed ancora, giudici di quel Processo alle Giunte dell ’ 85 ; ex ufficiali (come José Luís D’ Andrea Mohr, recentemente scomparso, o Julio César Urien, che lasciarono l’esercito alla vigilia del golpe , non condividendo ciò che i militari si preparavano a fare) ; alcune rappresentanti delle Madri e delle Nonne di Plaza de Mayo (Laura Bonaparte, Lita Boitano, Estela Carlotto) ; oltre , naturalmente , a tutti i testi sopravvissuti ai “centri clandestini” ed in grado di riferire, specificamente , intorno ai casi delle otto vittime italiane di cui il nostro processo si occupava.
Un’ottantina di testi, insomma, quasi tutti contattati nel corso di una faticosissima “missione” a Buenos Aires, di una decina di giorni, sul finire dell’agosto del ’99, passando dal solleone italiano al mite inverno australe. Il resto - il lungo dibattimento protrattosi tra l’ottobre del ’99 ed il dicembre del 2000, ed il suo felice epilogo processuale - è storia di ieri.

Il processo italiano non è stato l’unico ad essere aperto su queste vicende, in Europa.
E’ noto l’impegno che da alcuni anni il giudice spagnolo Baltasár Garzón sta dedicando proprio ai fatti argentini, oltreché al golpe cileno di Pinochet.

Meno noto è forse che già nel ’90 una Corte francese abbia processato in contumacia, condannandolo all’ergastolo, il capitano Alfredo Astíz, riconosciuto colpevole del sequestro e dell’uccisione di due suore francesi, Alice Domon e Leonie Duquet, entrambe internate all’ ESMA, torturate ed eliminate in uno dei tanti orrendi “voli della morte”.
E che altri processi si stiano attualmente istruendo su analoghe vicende, in Svezia, in Belgio, in Germania, ed ancora in Francia, come quello condotto da Roger Leloir per il sequestro e l’omicidio della giovane modella francese Marianne Erize da parte dell’ex capitano Jorge Olivera : arrestato a Fiumicino nell’agosto del 2000 su mandato di cattura dell’autorità giudiziaria francese, e poi liberato da una Sezione istruttoria della Corte d’Appello di Roma con una decisione che ha suscitato non poco sconcerto.

Sostanzialmente, si tratta di processi aperti sulla base dell’esistenza, in questi Paesi, di norme analoghe all’ art. 8 del nostro codice penale ; o , comunque, fondati sul principio della “personalità passiva”, secondo cui uno Stato può procedere anche per fatti commessi all’estero, purché in danno di propri cittadini.
Si tratta di Paesi (con l’unica eccezione della Spagna, di cui poi dirò), che come noi contemplano la possibilità del giudizio in contumacia : che - al di là di fuorvianti reminiscenze storiche legate all’impero romano o all’antica Grecia , che poco c’entrano con il nostro concetto di contumacia - non rappresenta in realtà alcuna lesione delle garanzie difensive.
E’ infatti contumace, per il nostro sistema processuale penale, l’imputato cui sia stata data piena notizia dell’apertura di un procedimento a suo carico, che sia stato quindi invitato a presentarsi al giudice per esercitare la propria difesa, e che, pur potendolo, ciò abbia omesso di fare “senza addurre alcun legittimo impedimento”.
Il che consente, quindi, di procedere ; in difetto, ovviamente, di altre ragioni che comunque integrino un oggettivo e legittimo “impedimento a comparire”, come ad esempio l’eventuale stato di detenzione cui l’imputato si trovi soggetto all’estero, superabile solo per mezzo di una estradizione. La Spagna, dicevo, non contempla invece la possibilità di un processo en ausencia (cioè , in contumacia).
E’ questa la ragione per la quale Baltasár Garzón si è visto costretto ad emettere, nell’ambito del procedimento da lui istruito per le vicende dei desaparecidos di origine spagnola, una ottantina circa di mandati di cattura.
E ciò nella speranza di poter concretamente procedere in virtù di una, in verità decisamente improbabile, estradizione da parte del governo argentino : e non soltanto di quello menemista, ma anche di quello attuale, come ha del resto eloquentemente dimostrato il recente diniego opposto al nostro Paese per Alfredo Astíz, nell’ambito del procedimento su alcuni desaparecidos italiani passati per l’ ESMA, che chi scrive sta attualmente istruendo.
Ed è questa anche la ragione per cui Garzón si è visto in qualche modo costretto ad appellarsi a principi comunemente detti di giustizia universale, richiamandosi ad accordi e convenzioni internazionali in tema di crimini contro l’umanità. Con ciò cercando, finora vanamente, di superare le prevedibili resistenze del governo argentino a consentire che la Spagna facesse ciò che quel Paese - prima con la “Ley de obediencia debìda” , del 1987 ; e poi con le grazie e gli indulti concessi da Menem , tra il 1989 ed il ’90 , a Videla , Massera , Suarez Mason , Riveros e gli altri - aveva da tempo rinunciato a fare.

Del principio di giustizia universale si sta sempre più spesso parlando, negli ultimi tempi.
Tant’è che proprio a Madrid, dall’ 1 al 4 marzo di questo 2001, si è addirittura tenuto il “1° Congresso Internazionale sul principio di Giustizia Universale”, cui sono stato, per l’Italia, invitato a partecipare.
Ma devo anche dire che il concetto di giustizia universale è di quelli che affondano le loro radici nel diritto naturale, nel cosiddetto “diritto delle genti”, piuttosto che nel diritto positivo ; e che è un principio la cui conciliabilità con gli ordinamenti giuridici moderni presenta non trascurabili difficoltà di concreta attuazione.
Le difficoltà del riconoscimento, all’interno di ogni singola legislazione statuale, del concetto di giustizia universale, o quantomeno di una sua codificazione positiva, risiedono fondamentalmente nel binomio pressoché inscindibile territorio-giurisdizione, per il quale ogni Stato ha sempre storicamente preteso di considerarsi quale unico custode dell’ordine pubblico interno, e, quindi, unico geloso architetto e tutore del proprio sistema penale, formale e sostanziale.
Ed il principio che conseguentemente tutti gli Stati hanno sempre solennemente sancito nei rispettivi ordinamenti giuridici è stato fin qui rappresentato da quello comunemente detto della “territorialità della legge penale”.

Ed è proprio dietro il principio di “territorialità” che il Cile, l’ Argentina, e tanti altri Paesi - che hanno conosciuto al loro interno la consumazione di veri e propri crimini contro l’umanità , che non è azzardato accostare all’orrendo genocidio degli ebrei da parte della folle ideologia nazista - si sono sempre trincerati per negare ogni forma di collaborazione giudiziaria, e quindi di fatto ostacolare qualsivoglia affermazione di giustizia.
Paradossalmente, proprio quei Paesi che hanno al loro interno conosciuto i più orrendi massacri e le più scandalose violazioni dei più elementari diritti umani e civili, quasi sempre finiscono - per vili compromessi paludati sotto la “ragion di Stato”, o gabellati come inaccettabili disegni di “riconciliazione” o “pacificazione nazionale” - per opporre la più ottusa e fiera resistenza ad ogni forma di ricerca di giustizia che, su quei crimini, da altri Paesi provenga.
Non che la cosa costituisca un fenomeno esclusivamente latino-americano : anche da noi, nell’immediato dopoguerra, si avvertì infatti l’esigenza di porre fine, attraverso amnistie, alle tensioni sociali conseguenza del sangue versato nella guerra civile.
E le difficoltà, da parte di quei Paesi che dopo atroci dittature hanno riconquistato una ancor fragile democrazia, a fare i conti con il proprio recente passato, è in buona misura un fatto, per quanto condannabile, per certi versi nondimeno “comprensibile”.………………

Lo Statuto di Roma del luglio 1998 ha segnato la nascita della Corte Penale Internazionale.
Una Corte che - in un’epoca contrassegnata dal concetto di “globalizzazione”, che è da sperare non rimanga un termine evocante soltanto i guasti di un certo consumismo e capitalismo transnazionale, ma valga invece ad agevolare la crescita di una comune coscienza mondiale in tema di salvaguardia dei diritti umani - è auspicabile possa rivelarsi capace di superare gli steccati nazionali, appunto attraverso l’istituzione di un Giudice sovranazionale specificamente competente a conoscere, come previsto dall’ art. 5 del suo Statuto, “dei crimini di genocidio”, “dei crimini contro l’umanità”, “dei crimini di guerra” e di “aggressione”, ovunque ed in danno di chiunque commessi.
Ed il processo attualmente in corso nei confronti di Slobodan Milosevic, per i crimini di guerra commessi nella ex Jugoslavia, rappresenta un po’ la “prova generale” di questo organismo di giustizia universale che attende, per la sua concreta operatività, altre ratifiche interne che si aggiungano alle poco più di quaranta finora intervenute da parte dei Paesi firmatari dello Statuto di Roma. Questa Corte ci auguriamo tutti possa rappresentare quella risposta “positiva”, codificata, che consenta in prospettiva il superamento definitivo di tutti quegli ostacoli ancora presenti all’interno di ogni singolo Stato che abbia cercato o che cerchi di rendere giustizia dinanzi ai crimini atroci di cui la Storia del secolo appena trascorso ha dato esempi infiniti.
Eppure, quanto fosse in concreto delicato - anche attraverso un consesso particolarmente qualificato e variegato quale quello che ha dato vita allo Statuto istitutivo di questa Corte - intervenire in questa materia, è dato già cogliere, in maniera significativa, nello stesso “preambolo” allo Statuto, laddove viene esplicitamente “rammentato” che “è dovere di ciascuno Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali” ; e, poco oltre, laddove viene “evidenziato” che “la Corte Penale Internazionale istituita ai sensi del presente Statuto è complementare alle giurisdizioni penali nazionali”.

Concetto, questo della “complementarietà” o “sussidiarietà” della giurisdizione della Corte Penale Internazionale, rispetto alle singole giurisdizioni penali nazionali, del resto subito dopo solennemente ribadito dall’ art. 1 dello stesso Statuto. Alcune previsioni, alcune codificazioni normative, avranno peraltro a mio avviso un impatto decisamente eccezionale in termini di diritto positivo.
Intendo riferirmi, specificamente, a quella puntigliosa elencazione di condotte inscrivibili nel concetto di “crimini contro l’umanità”, minuziosamente ed analiticamente previste dall’ art. 7 dello Statuto di Roma. E, in particolar modo, giudico importantissimo l’inserimento, in questa categoria, di condotte - e penso in particolare alla figura della “sparizione forzata di persone” , prevista e dettagliatamente definita dalla lettera i) di quell’articolo 7 - che l’esperienza di alcune regioni del nostro pianeta in particolare, come il Cile e l’Argentina degli anni Settanta, e di un po’ tutto il mondo latino-americano di quegli anni, ha dimostrato essere uno dei metodi di annientamento più crudeli e più comunemente adottati. Così come ritengo produttivo di importantissimi riflessi pratici l’inserimento della “tortura” - lettera f) del citato art. 7 dello Statuto - tra i fatti costituenti “crimini contro l’umanità”.
Raccordato, infatti, alla espressa previsione dell’ art. 29 dello Statuto, che sancisce la “imprescrittibilità” dei “crimini di competenza della Corte”, questo esplicito inserimento della “tortura” tra i crimini contro l’umanità dovrebbe in concreto poter consentire la procedibilità, senza limiti di tempo, di fatti che, per essere stati finora semplicemente assimilati - secondo le norme interne di ogni singolo sistema penale statuale - a reati come il sequestro di persona e le lesioni personali, hanno fin qui conosciuto lo sbarramento appunto rappresentato dai termini di prescrizione di quei reati. C’ è tuttavia un limite, che è quello rappresentato dall’ art. 11 dello Statuto, che arriva in qualche modo a “raffreddare” gli entusiasmi e le speranze di un’operazione di giustizia che possa involgere anche i fatti del passato.
Quest’articolo limita infatti la competenza della Corte Penale Internazionale “ai fatti commessi dopo l’entrata in vigore” del suo Statuto istitutivo.
Si tratta di una norma che costituisce peraltro un doveroso ossequio al principio del favor rei in tema di successione nel tempo delle leggi penali.

Un ulteriore, e più importante limite, è poi rappresentato dall’ambito di giurisdizione della Corte dell’Aia, sostanzialmente circoscritta agli “Stati-parte”, a quegli Stati, cioè, che abbiano, attraverso la ratifica, al loro interno, dello Statuto di Roma, “accettato” la competenza della Corte Penale sui crimini previsti dall’ art. 5 dello Statuto stesso. Quale potrà essere in concreto l’efficacia e l’effettiva incidenza in tema di repressione dei crimini contro l’umanità da parte di questa Corte Penale Internazionale solo l’esperienza successiva alla concreta operatività della Corte stessa potrà dirlo.

Quello che però può già in questo momento ritenersi certo è che questa Corte sicuramente rappresenta, proprio alla luce delle enormi difficoltà finora incontrate nella gestione di questi processi (per intuitive ragioni storico-politiche pressoché sempre avviati da Paesi diversi da quelli in cui questi crimini sono stati commessi) la risposta più compiuta, più “positiva”, più -almeno teoricamente- efficace in termini di concreta operatività, che allo stato delle cose fosse possibile immaginare.
Ma intanto dovremo tutti, io credo, anche in virtù di quella esplicita “complementarietà” da riconoscere alla Corte dell’Aia, continuare a misurarci, ognuno, con le nostre regole processuali interne.
E, nell’ambito di queste, continuare quindi a perseguire, cercando di farlo nel miglior modo possibile, quella “piccola giustizia universale” consentita, pur con tutti i suoi limiti, dagli attuali singoli ordinamenti statuali.

Francesco Caporale, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, è il pm che ha istruito il processo svoltosi a Roma.