da
La Repubblica 7 dicembre 2000
Roma, condannati sette militari per l'omicidio e la sparizione di italiani
durante la dittatura
di CLAUDIA FUSANI
Desparecidos, ergastolo ai generali argentini
ROMA
- Alle 14 e 25 di ieri l'aula bunker di Rebibbia fa i conti con "lo sterminio
di una generazione colpevole solo di volere una società più
giusta", con la sporca guerra che durante la dittatura militare argentina
dal 1976 al 1983 ha fatto sparire trentamila giovani. Succede dopo ventisette
anni, a diecimila chilometri di distanza, con gli imputati, sette ufficiali
delle giunte militari argentine, tutti contumaci. Ma accade: in Italia quello
che leggi speciali e aministie hanno impedito che succedesse in Argentina;
quello che ancora non era successo in altre corti di giustizia europee; davanti
a padri e madri arrivati dall'Argentina con appesi al collo le foto dei figli
desaparecidos.
È "in nome del popolo italiano" che il presidente della seconda
corte d'assise di Roma Mario Lucio D'Andria condanna all'ergastolo i generali
Carlos Suarez Mason e Santiago Omar Riveros, i comandanti delle zone militari
1 e 4, per l'omicidio di cinque cittadini italo-argentini e il sequestro di
un bambino, Guido di cui non si è saputo più nulla. Ventiquattro
anni di condanna ad altri cinque militari per la morte e la scomparsa di un
altro cittadino italiano. E poi pene accessorie, spese legali, centinaia di
milioni di provvisionali.
A cosa serve, si sono chiesti molti nei lunghi anni in cui il processo è
stato istruito - lo volle nel 1983 l'allora presidente Sanro Pertini, lo ha
tirato fuori dalle paludi delle rogatorie nel 1996 il presidente del Consiglio
Romano Prodi- e anche ieri: quei condannati non faranno mai un giorno di galera
e non pagheranno mai una lira. Il senso di questa sentenza lo danno gli applausi
che salgono nell'aula, i volti rossi e gli occhi lucidi dei papà, delle
mamme, dei fratelli. Lo dà un'aula piena di politici, come la vicepresidente
del Senato Ersilia Salvato e il sottosegretario degli Esteri Franco Danieli,
e di giovani italiani e stranieri. "Abbiamo ascoltato una sentenza storica
che è fatta di tanti pezzetti di verità giudiziaria" dice
il pm Francesco Caporale. "Sono stati condannati stranieri che hanno
commesso reati ai danni di cittadini italiani" dice l'avvocato di Stato
Giovanni de Figueiredo. Sarà chiesta l'estradizione.
Dura cinque lunghissimi minuti la lettura del dispositivo della sentenza.
Cinque minuti in cui nell'aula, sui volti delle persone, degli avvocati delle
parti civili Giancarlo Maniga e Marcello Gentili, dei giudici popolari, scorrono
gli otto anni di orrori della dittatura militare argentina. Il pm Caporale
è in prima fila, testa bassa, la toga un po' sbilenca: "Questo
processo mi ha cambiato e mi ha coinvolto personalmente. Potevo essere io
uno di questi ragazzi rapiti, torturati e poi uccisi. La mia generazione ha
combattuto per gli stessi ideali" disse nella requisitoria durata oltre
sei ore in cui spiegò come il 24 marzo 1976 i generali Videla, Agosti
e Massera presero il potere. L'Argentina fu divisa in cinque zone, ognuna
comandata da un "signore della vita e della morte" e coautore del
"processo di riorganizzazione nazionale": ogni giovane simpatizzante
della sinistra veniva sequestrato, torturato con scosse elettriche in uno
dei 350 campi di prigionia, poi trasferito, cioè ucciso, "con
i voli della morte" oppure asado, "bruciato in mezzo ai copertoni".
Così, per otto anni, "nel silenzio generale mentre anche noi italiani
nel 1978 volammo a Buenos Aires per i mondiali di calcio".
A sinistra, nell'aula, ci sono i familiari. Ognuno di loro è un pezzo
ma anche tutta insieme quella tragedia. C'è Estela Carlotto: Laura,
la figlia, fu sequestrata a 22 anni, torturata, aspettava un figlio che nacque
a giugno del 1976 in un ospedale militare. È scomparso, potrebbe essere
stato affidato a una famiglia di militari argentini. C'è Julio Morresi,
mano sul cuore sopravvissuto a due infarti. Dice: "Mio figlio Norberto
era un ragazzo di 17 anni che mi chiedeva perché noi avevamo da mangiare
e altri no". È uscito di casa la mattina del 23 aprile 1976 per
andare a scuola. Quella stessa mattina fu ucciso mentre consegnava una rivista
considerata clandestina: Evita Montonera. Il padre lo ha cercato per anni,
ha pagato milioni per riaverlo: "Mi dicevano che era vivo e che la sera
chiedeva le mele verdi, una sua abitudine". Le sue ossa sono state ritrovate
nel 1988 nel loculo 1504 del cimitero di Vigegas. Ci sono i genitori di Pedro
Luis Mazzocchi, di Luis Alberto Fabbri, Daniel Jesus Ciuffo. Le mogli e le
figlie di Mario Marras e Martino Mastinu, colpevoli di essere sindacalisti.
C'è Angela Boitano, la mamma che per prima incontrò Pertini
nel 1983.
"In nome del popolo italiano...", continua a leggere il presidente
della corte d'assise. Massimo D'Alema parla di "una sentenza che onora
il nostro paese". Walter Veltroni di "vittoria della democrazia
e dei diritti umani". Il sottosegretario Danieli ricorda "i 300
italiani desaparecidi" e rilancia "il tribunale penale internazionale
perché i crimini contro l'umanità non possono mai considerarsi
prescritti". Le vittime dicono "finalmente". E grazie "all'Italia
che dato giustizia a tutti i trentamila desaparecidos argentini".
(7 dicembre 2000)