Storia di Evelyn, nata nel '78 e subito affidata a un militare
mentre i suoi familiari venivano torturati e uccisi.

di Gian Antonio Stella / Corriere della sera, 28 dicembre 1999.


Argentina: a vent'anni scopre di essere figlia di desaparecidos Viaggio tra i nostri connazionali emigrati. Partendo da una vicenda dolorosa che ha le sue radici nei giorni cupi della dittatura militare. Figlia e nipote di italiani, soltanto adesso ha scoperto la sua vera identità. I suoi genitori e il nonno materno furono arrestati e fatti sparire 22 anni fa. Uno dei carnefici la consegnò a un ufficiale della Marina.


MAR DEL PLATA (Argentina) - "Tu?". Per le strade di Mar del Plata, a sud di Buenos Aires, una vecchia appassita nel dolore e una ragazza divorata dall'angoscia si sfiorano tutti i giorni interrogando mute, con gli occhi, ogni ragazza e ogni vecchia che incontrano: "Sei tu?". Cercano l'una nell'altra un dettaglio dell'orecchio, una piega delle labbra, una sfumatura dei capelli, un indizio qualunque che aiuti a riconoscere, una, la nipotina perduta, l'altra, la nonna che non sapeva d'avere. Per vent'anni Innocenza Pegoraro, una siciliana bionda e minuta che aveva sposato un padovano, anche lui desaparecido, ha cercato la bambina data alla luce da sua figlia Susanna poche ore prima di essere assassinata e probabilmente scaraventata in mare da un aereo negli anni infernali della dittatura militare, quando sparirono trentamila oppositori del regime. Per vent'anni, ogni Natale, si è chiesta dove fosse finita. Ora finalmente sa dov'è, quella piccola che oggi si è fatta signorina. Potrebbe andare al portone di quel condominio color panna alla periferia della città, suonare al campanello del settimo piano dove sta scritto "Vasquez", aspettare che la ragazza esca per fermarla. "Non l'ho fatto e non lo farò. Sta vivendo una tragedia spaventosa. Non voglio aggiungere io altro dolore". Come avessero sognato di chiamarla sua mamma, Susanna Pegoraro, e suo papà, Ruben Santiago Bauer, un biondino magro figlio di immigrati tedeschi, lui pure inghiottito dal buio, non si sa. Si sa che l'ufficiale che la strappò a quei due genitori adolescenti rapiti, torturati e uccisi, le diede il nome di Evelyn Karina Vasquez. Si sa che è cresciuta senza sospettare nulla finché quello che credeva suo padre, qualche mese fa, è stato arrestato e sbattuto finalmente in galera. Da quel momento la sua storia è diventata il simbolo d'una ferita collettiva che ancora sanguina. Racchiusa tutta in una supplica straziante e assurda: "Se accetto di sottopormi al test del Dna, tirate fuori mio padre dal carcere?". Juan Gelman, forse il massimo poeta argentino, padre di un ragazzo fatto sparire nel '76 insieme con la sua ragazza incinta, l'aveva immaginata una cosa simile. In una dolcissima "Lettera aperta a mio o a mia nipote" metteva a fuoco proprio questo tema: "Da un lato mi ripugnò sempre l'idea che tu chiamassi "papà" un militare o un poliziotto o un amico degli assassini dei tuoi genitori. Dall'altro, ho sempre desiderato che, qualsiasi sia stata la casa dove sei andato a finire, ti allevassero ed educassero bene e ti amassero molto". Ma che fare, poi? "Strapparti alla casa che avevi o parlare coi tuoi genitori adottivi per stilare un accordo e ricostruire un rapporto perché uno riconosca nel nonno il padre e l'altro nel nipote il figlio?" Un passo indietro. Metà giugno 1977. Giovanni Pegoraro, immigrato dal Veneto in Argentina per cercare fortuna e titolare di una piccola azienda edile a Mar del Plata, si incontra in una caffetteria di Buenos Aires, dove è venuto per lavoro, con la figlia Susanna, una moretta con le forcine nei capelli che studia all'Università della capitale. Bevono qualcosa, si separano, qualcuno sente che si accordano per rivedersi nel pomeriggio e tornare a casa insieme. "Da quel momento non ne ho più saputo niente. Spariti. Come sparì nel nulla il fidanzato di Susanna, Ruben", racconta Innocenza Pegoraro. "Una settimana dopo, al commissariato, mi confermarono che li avevano arrestati. Così e basta. Non una parola di più". Per due anni e mezzo non seppe più niente: "Mi illudevo che fossero ancora in carcere. Poi un amico mi disse che un altro amico aveva letto qualcosa su un giornale brasiliano. Era la metà di ottobre del '79. Partii per Rio, cercai il giornale, non sapevo quale era, quando era uscito, nulla... Quando finalmente lo ebbi in mano trovai poche righe raccontate da due donne espulse che erano state in galera con Susanna. Giovanni era stato ucciso una settimana dopo l'arresto. Non s'era mai interessato di politica. Dovevano essersene convinti e lo avevano messo fuori, scaricandolo su una strada: "vattene". Lui s'era girato un attimo per veder la targa dei rapitori. L'avevano riacciuffato, ucciso, buttato in mare dall'aereo. Lo seppi così, dal giornale". C'era scritto qualcosa anche di Susanna. Tenuta in vita per mesi, tra torture e violenze e insulti, un po' nella famigerata caserma dell'Esma e un po' nella scuola meccanica della Marina a Mar del Plata, a pochi chilometri dalla casa in cui la madre passava le notti in bianco chiedendosi dove fosse, aveva partorito una bambina che una settimana dopo le era stata tolta da un ufficiale, Hìtor Fabre, che si occupava della raccolta e dello smistamento dei neonati: "Susanna fece appena in tempo a vederla. Poi la ammazzarono. Non so neppure dove sia il corpo". Era la primavera del 1978. L'Argentina preparava i Mondiali e il nostro ambasciatore a Buenos Aires, Enrico Carrara, mentre il nunzio Pio Laghi (poi promosso cardinale) giocava a tennis con Massera, dava al Corriere d'Informazione un'intervista rivoltante: Desaparecidos italiani? "Ho il sollievo di dire che le cose sono estremamente migliorate". Possibile? Sì, grazie alla "comprensione dimostrata dalle autorità argentine". Certo, i militari "sono andati per le spicce" e spiacevolmente ci sono stati dei morti però "se voglio fare il mio mestiere devo guardare all'avvenire. E il quadro non è cattivo". Forse non era pronta una nuova leva di generali come Viola, Graffigna, Lambruschini o Massera? "Tutti nomi italiani, parlano italiano come lei e come me. Massera ha poco più di 50 anni, è intelligente, capace, molto in gamba". Per vent'anni, da quel momento, Innocenza ha cercato la bambina di quella sua figlia assassinata in una caserma della Marina comandata dal generale Massera: "Niente, niente, niente. Non c'era un indizio. Niente. Ormai non ci speravo più quando, pochi mesi fa, è arrivata una segnalazione: "la bambina che cercate....". E ho saputo che quella nipotina che immaginavo sperduta chissà dove nel mondo era cresciuta a pochi isolati dalla casa in cui avevo partorito sua madre. Che l'avevo forse incontrata chissà quante volte ai giardini, al supermercato o tra i banchi della chiesa di Nostra Signora di Fatima. Lui, Policarpo Vasquez, un ufficiale della Marina che lavorava con la moglie per i "servizi" militari, ha confessato tutto: "Mi diede la piccola un militare detto "El Turco". Non sapevo di chi fosse, non volli saperlo". E ha aggiunto parole che, in bocca sua, hanno un puzzo insopportabile: "Mi sembrò un dono di Dio". Poche settimane dopo Estela Carlotto, la leader storica delle Nonne di Plaza de Mayo, è riuscita finalmente a incontrare Evelyn: "E' una ragazza dolce, dai lineamenti un po' tedeschi e dalle gote rosse come Ruben, fa l'università, ha un fidanzato. Ha capito che è tutto vero. Sa cosa è successo, sa perché. Vive un dramma che le toglie il respiro. Dice che sì, lo vorrebbe fare il test del Dna: "quel test però inchioderebbe il mio padre adottivo". E' dibattuta, straziata, sconvolta. La nonna le ha mandato a dire attraverso comuni conoscenze che stia serena, lei non la forzerà, non la cercherà mai: "Abbiamo sofferto troppo. Quando si sentirà pronta, io sarò qui, ad aspettarla". Sepolta per venti anni, dimenticata, archiviata, l'inchiesta sugli assassini di Giovanni e Susanna Pegoraro, grazie alla scoperta dell'identità di Evelyn e dunque alla possibilità di provare il sequestro di persona, è stata finalmente riaperta anche in Italia. E anche se il caso non fa parte del processo che riparte il 21 dicembre per le uccisioni di otto italiani (le uniche, dice la magistratura, per le quali sono state trovate prove certe tra i 617 delitti sui quali erano state avviate le indagini), la signora Pegoraro ha ripreso a sperare che sì, forse un giorno avrà giustizia... Forse. Certe sere, quando l'aria è fresca, Innocenza si ferma lungo la spiaggia a guardare il mare con la sua amica Antonia Segarra. Un mare dai colori a volte struggenti. La tomba di migliaia di persone che Buenos Aires si prepara finalmente a ricordare con un Parco della Memoria e un museo. Antonia, in quel mattatoio che spazzò via 340 desaparecidos nella sola Mar del Plata, ne ha perduti tre, di figli. "Alicia aveva 21 anni, Jorge 19, Laura 18. Tre ragazzini. Facevano parte dell'unione degli studenti delle secondarie. Andavano nei quartieri poveri ad aiutare le vecchie analfabete a fare le carte burocratiche o a tener d'occhio i bambini. Alicia e Laura erano incinte. Studiavano a Buenos Aires. Non ne ho più saputo niente. Non so come morirono, come fecero sparire i corpi, che fine hanno fatto i bambini che le ragazze aspettavano. Niente.. Inghiottiti dalla terra. Sparirono tutti e tre in una settimana. Alicia il giorno in cui l'Italia perse contro l'Olanda, Laura il giorno in cui l'Argentina andò in finale, Jorge mentre gli amici di scuola festeggiavano nelle strade la meravigliosa vittoria mundial.